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Negli studi professionali attenzione alla maternità e alla flessibilità dell’orario

Le aziende «più attive» nel welfare, stando agli esempi riportati nel Welfare Index Pmi, fanno da apripista a quelle più timorose. Di fatto le più attive sono anche le più grandi (oltre i 50 dipendenti almeno), e non è difficile comprenderlo, poiché fare welfare, sia da un punto di vista economico che da un punto di vista organizzativo, quando si è piccoli è più difficile. Immaginiamo ad esempio di essere un’azienda e di dover stipulare una convenzione con una palestra: già solo sul piano economico, avremo un trattamento diverso se abbiamo cinque dipendenti o ne abbiamo 100. Eppure ci sono eccezioni che confermano la regola. Anche le imprese piccole fanno, e sanno fare, welfare. Si industriano, e possono essere ottimi esempi. Come nel caso di Baobab, una cooperativa che ha pensato di attivare un servizio di house keeping: pulizie domestiche e servizio di stiratura in condivisione tra i dipendenti. Fondata nel 2004 a Tradate nel varesotto, ha meno di 50 dipendenti ed è attiva nell’ambito dei servizi socio-educativi e socio – assistenziali, rivolti ai minori, agli anziani e ai disabili. Oltre ad offrire, attraverso il servizio di house keeping, una migliore possibile conciliazione di tempi di vita e di lavoro, ha deciso peraltro di legarlo all’apertura di opportunità di reinserimento sociale. Tra le attività della cooperativa vi è anche una casa rifugio, in cui trovano accoglienza donne vittime di violenza o di abusi e le housekeepers vengono selezionate proprio tra le ospiti della casa rifugio. Un comportamento sociale responsabile nei confronti di tutta la comunità e del territorio che aumenta nei dipendenti, oltre alla produttività per i benefit, l’orgoglio di far parte del progetto aziendale.

Restando in Lombardia, basta fare un salto nella provincia di Pavia, per un altro bel caso scuola.

L’azienda è a Rocca de’ Giorgi e si chiama Conte Vistarino, un’azienda agricola specializzata nella coltivazione di vitivinicoli e produzione di vino dalla tradizione ultracentenaria. «Nel nostro comune c’è una percentuale di stranieri molto superiore alla media nazionale: si tratta dei nostri dipendenti che abitano qui» racconta Paolo Fiocchi, responsabile risorse umane dell’azienda agricola Conte Vistarino. Questo perchè a caratterizzare il loro piano di welfare è la concessione gratuita della casa ai propri dipendenti, molti dei quali immigrati o anche italiani, lontani dalla propria casa. Oggi i dipendenti sono 35. Non solo l’azienda fornisce l’alloggio ai dipendenti che ne facciano richiesta, ma lascia la concessione anche dopo la fine della carriera lavorativa. Per i dipendenti che invece vengono da fuori e non abitano vicino all’azienda, è riconosciuto un bonus annuale per la copertura delle spese di trasporto. L’azienda ha inoltre sottoscritto una convenzione con il Comune di Rocca de’ Giorgi mettendo a disposizione un pulmino per portare i bambini all’asilo e gli studenti a scuola, visto che il comune è molto piccolo (azienda, comune e comunità che lo abita, in tutto un’ottantina di persone, sono la stessa cosa) e che nello stesso comune non ci sono scuole.

Sempre per restare nella dimensione di aziende al di sotto dei 50 dipendenti, c’è il caso della Thun Logistics con base a Mantova, che si occupa di servizi di logistica e trasporti, servizi di information technology e consulenza in ambito supply chain con tecnologie che, in molti casi, riducono l’impatto ambientale. Per il piano di welfare per i propri dipendenti, l’azienda ha stretto accordi con altre 7 imprese e 3 enti pubblici. A prescindere dall’atmosfera di relax che si respira negli spazi di lavoro (con ambienti progettati secondo i principi feng-shui, l’arte cinese che insegna a organizzare lo spazio in modo armonico e benefico per la salute e il benessere) «ci siamo dotati di strumenti continuativi di ascolto e coinvolgimento dei dipendenti», sintetizza la responsabile risorse umane Monica Didonè, «e anche di servizi di informazione sulle diverse opportunità di welfare, in particolare una intranet aziendale». Tra le varie iniziative avviate, c’è un progetto denominato NOR.MA.LE – New way to organize maternity leave, che supporta le neo-mamme dalla notizia della gravidanza al rientro al lavoro attraverso forme di part-time o smart working.

Non mancano, infine, esempi di realtà con meno dipendenti ancora (meno di 10 per l’esattezza), come lo Studio Aversano Piermassimo di Pistoia e lo Studio Sila Tommaso di Brescia. Il primo è uno studio di ragionieri commercialisti e Consulenti del lavoro: cinque collaboratori, tutte donne con un contratto a tempo indeterminato. Ovviamente il tema della maternità è centrale e viene affrontato con la massima serenità e disponibilità possibili. «Gestiscono in autonomia i propri orari perché ho la massima fiducia e so che il loro lavoro lo faranno benissimo» spiega il titolare Piermassimo Aversano. Negli anni è stato sperimentato con ottimi risultati lo smart-working anche per una neo-mamma che aveva necessità di stare a casa vicino al bambino e la collaboratrice ha lavorato da casa per ben un anno. Il secondo conta su un totale di 9 persone divise su più business unit e si distingue per un legame molto forte tra titolare e dipendenti. «Come datore di lavoro non voglio che i miei dipendenti si impegnino in prestiti troppo onerosi», spiega Tommaso Stila che è titolare dello studio. E infatti per i collaboratori che vogliono accedere a prestiti, è l’azienda stessa a offrire il prestito a condizioni vantaggiose, permettendo ai collaboratori di affrontare spese importanti e allo stesso tempo risparmiare, senza essere costretti alla cessione del quinto o ad altri impegni onerosi. Un’attenzione speciale è dedicata inoltre alla flessibilità oraria, secondo un regolamento aziendale, di orari di ingresso, pausa pranzo, uscita, uscita anticipata in estate. Magari per ritemprarsi. Lo dice anche Papa Francesco. «Una persona che lavora dovrebbe avere anche il tempo per ritemprarsi, stare con la famiglia, divertirsi, leggere, ascoltare musica, praticare uno sport. Quando un’attività non lascia spazio a uno svago salutare, a un riposo riparatore, allora diventa una schiavitù».

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