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Negli studi è violenza privata convincere il collega ad andarsene

di Guido Pietrosanti  

Se lo studio diventa stretto, non tutte le armi sono ammesse, per convincere il collega a farsi da parte. La Corte di cassazione (quinta sezione penale), con pronuncia n. 24395 dello scorso 16 giugno, ha confermato la sentenza di condanna per il reato di violenza privata, inflitta ad un commercialista che aveva esercitato violenza e minacce nei confronti del collega, per indurlo a lasciare lo studio associato. Per ottenere la resa aveva disabilitato il computer del malcapitato dall'accesso alla rete internet dell'ufficio, precludendogli il regolare svolgimento dell'attività professionale. Ma non si era limitato all'attività on line. Per essere più incisivo aveva anche trattenuto indebitamente le chiavi della stanza del collega, impedendogli la libera disponibilità di tutta la documentazione relativa ai suoi clienti e dei suoi effetti personali. Ed aveva fatto presente al malcapitato che avrebbe ottenuto la restituzione delle chiavi della sua stanza, solo se avesse firmato un atto con il quale veniva disposto lo scioglimento dell'associazione professionale nei suoi confronti. In effetti il reato previsto dall'articolo 610 del codice penale (punito con la reclusione fino a quattro anni, salvo aggravanti previste dall'art. 339 c.p.) viene consumato nel momento in cui l'altrui volontà sia rimasta di fatto costretta a fare, tollerare o omettere la cosa voluta dal reo. La suindicata sentenza rileva che la violenza diretta a influire psichicamente sulla vittima «consiste in un'energia fisica che può esercitarsi sulle persone o sulle cose e che può essere realizzata con i mezzi più diversi». L'idoneità della violenza a coartare la volontà della vittima va valutata anche in rapporto alle condizioni psico-fisiche del soggetto passivo che si intende privare della capacità di autodeterminazione. Nel caso in esame – rileva la Cassazione – il commercialista «fu privato della possibilità di proseguire efficacemente nella sua attività lavorativa, con ciò determinando in lui una costrizione psicologica non solo ingiusta e odiosa, ma altresì difficilmente contrastabile». In definitiva si tratta di una ulteriore conferma che, se non esiste una normativa penale specifica sul mobbing, le condotte di carattere persecutorio nei confronti del lavoratore già possono determinare l'applicazione di sanzioni penali.

Infatti nel nostro ordinamento non esistono disposizioni (penali e civilistiche) sul mobbing e i progetti di legge tendenti all'introduzione di questo reato da anni si susseguono senza esito. Ampia è invece la casistica giurisprudenziale che vede i persecutori condannati per un variegato numero di reati. L'articolo 323 c.p. (abuso d'ufficio), l'art. 328 c.p. (omissione atti d'ufficio), l'articolo 572 c.p. (maltrattamenti), l'articolo 582 c.p. (lesione personale), gli articoli 594 e 595 c.p. (ingiuria e diffamazione), l'articolo 610 c.p. (violenza privata), l'articolo 660 c.p. (molestia o disturbo alle persone) e le più gravi fattispecie contemplate dell'articolo 590 c.p. (lesioni personali colpose) e dall'articolo 586 c.p. (morte o lesioni come conseguenza di altro delitto), sono alla base di condanne molto frequenti nella giurisprudenza in materia di mobbing. Tra queste spicca (in considerazione delle patologie della pubblica amministrazione) la pronuncia del 21 agosto 2007, con la quale il Tribunale di Palermo ha spiegato che l'abuso d'ufficio non necessariamente si estrinseca in un tipico atto amministrativo. Il reato in questione, invece, può essere integrato da qualunque attività (comprese quelle soggette al diritto privato) del pubblico ufficiale, posta in essere con abuso dei poteri spettatigli, per procurare un vantaggio o un danno ingiusto.

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