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Negli studi a rischio un terzo degli affari

È l’anno nero dei professionisti. O, per chi preferisce le citazioni cinematografiche, il «profondo rosso» degli studi. La crisi morde, come mai era avvenuto in passato. Il 2012 è appena a metà ma si intravedono linee di tendenza non certamente incoraggianti. Il calo del giro d’affari per tutto il settore dovrebbe attestarsi intorno al 30 per cento. Una stima empirica, certo, ma raccolta dalle voci di chi sta resistendo di fronte a due macro-problemi, che spesso non viaggiano di pari passo: la contrazione del lavoro e la difficoltà a incassare le parcelle dai clienti, che si tratti di imprese, famiglie o di enti pubblici. Un problema serissimo per chi deve comunque sostenere spese di gestione, un prelievo fiscale in generalizzato aumento, oneri contributivi e, a volte, deve anche anticipare spese per i clienti.
Ecco perché l’attesa per gli incassi, che si attesta in media sui sei mesi ma in alcuni casi arriva anche a nove, diventa una variabile che può far saltare il banco. Del resto è una questione figlia, in gran parte, dei ritardi nei pagamenti della Pa. Amministrazioni centrali e locali non saldano i debiti con le imprese per i beni e i servizi forniti. E le aziende non hanno la liquidità necessaria da destinare ai professionisti che le assistono.
Così, se le prime avvisaglie importanti della crisi negli studi sono arrivate già fra il 2009 e il 2010, con un calo dei ricavi compreso fra il 7% e il 20%, la situazione è nettamente peggiorata nel 2011 e nei primi sei mesi di quest’anno: secondo le stime dell’Adepp, l’Associazione delle casse professionali private, la diminuzione dei redditi dei professionisti nel 2012 potrà superare il 30 per cento. E i problemi si riflettono anche sui dipendenti, come spiega il presidente dell’Adepp Andrea Camporese: «Sta prendendo piede, in particolar modo in Lombardia, Piemonte e Veneto, la cassa integrazione in deroga per i dipendenti degli studi in difficoltà».
Situazioni differenziate
La contrazione degli incarichi c’è, anche se non per tutti. «Stiamo sopravvivendo grazie ai crediti del passato», spiega Andrea Mascherin, segretario del Consiglio nazionale forense. La crisi economica induce i cittadini a evitare anche le spese di tutela giudiziaria, se possibile: «Il mercato – aggiunge Mascherin – è sempre più ristretto per gli oltre 200mila avvocati, e in particolar modo al Sud molti studi rischiano di non riuscire a pagare neanche le bollette».
La conferma delle difficoltà nel Mezzogiorno arriva anche da Francesco Distefano, vicepresidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili: «Il calo degli incassi si manifesta dovunque, però nel Sud arriva a toccare anche il 50 per cento. Con le difficoltà economiche per le imprese – aggiunge – il lavoro si moltiplica, ma quando la liquidità scarseggia, le aziende devono pagare prima le tasse e i contributi». Del resto, come rileva anche Rosario De Luca, presidente della fondazione studi dei Consulenti del lavoro, «sia gli operatori economici sia i cittadini hanno subìto una forte diminuzione dei guadagni, dei risparmi e degli investimenti, per questo ci troviamo ogni giorno a fare i conti con le difficoltà che gli imprenditori devono affrontare per non chiudere le attività».
Il presidente dell’Ordine degli psicologi Giuseppe Luigi Palma sottolinea che la crisi ha fatto aumentare il numero dei disoccupati nella categoria: «Su 84mila iscritti – spiega – i liberi professionisti sono 60mila. Circa la metà, ormai, è senza lavoro. Nel 2011, e ancor più quest’anno, i ricavi si sono ridotti della metà».
La crisi non risparmia neanche le professioni tradizionalmente più ricche, come i notai. Dal 2007 al 2011 il calo del lavoro è stato di circa il 40% e l’onda lunga si sta avvertendo anche quest’anno. Le cause sono la «contrazione del mercato immobiliare – come spiega Gabriele Noto, consigliere nazionale del Notariato – e il numero molto ridotto di attività collegate alla crescita d’impresa: soprattutto al Nord si fanno meno operazioni straordinarie e quelle che si effettuano tendono per lo più a conservare il patrimonio». Naturalmente, gli effetti della crisi si riflettono anche sui costi degli studi. «Abbiamo 35mila dipendenti e negli ultimi anni abbiamo cercato di non tagliarli – continua Noto – sia per il legame nei loro confronti, sia perché abbiamo sperato in un miglioramento della situazione economica complessiva». L’obiettivo è «continuare a tenere duro ma il problema si sta ponendo sempre più frequentemente – conclude – perché aumentano anche gli insoluti».
I tecnici
Non va meglio alle professioni dell’area tecnica, su cui pesa la frenata del mercato edilizio privato e delle opere pubbliche. Per il presidente degli architetti Leopoldo Freyrie, oltre alla contrazione degli incarichi e ai ritardi nei pagamenti, è rilevante la difficoltà di accedere al credito: «Se avere denaro è difficile per le società di capitali – spiega – è altrettanto difficile per i professionisti, che sono prevalentemente singoli o società di persone».
Anche gli ingegneri mettono l’accento sui ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione. In più, fa notare il presidente del Consiglio nazionale Armando Zambrano, «il reddito già ridotto a disposizione si spalma su una platea sempre più vasta di professionisti: gli iscritti all’Albo aumentano ogni anno del 7-8 per cento».

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