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Negata la validità del trust italiano

Periodo nero per il trust. Il Tribunale di Udine, con sentenza del 28 febbraio 2015, ha dichiarato nulli due trust. Non perché simulati, non perché fraudolenti, non perché confezionati in dispregio a qualche norma di legge, non perché istituiti per sottrarre beni al fisco o a una procedura esecutiva o concorsuale. Più semplicemente perché i trust «non possono essere riconosciuti dal nostro ordinamento o, meglio,…per impossibilità giuridica dell’oggetto».
Quest’ultima affermazione non merita commento, la prima è invece sbalorditiva: si trattava di un’affermazione senz’altro dotata di un qualche fondamento vent’anni fa; ma oggi, dopo che il trust in Italia è stato riconosciuto in migliaia di occasioni, a ogni possibile livello (la Cassazione con quattro sentenze di pochi giorni fa – che danno per acquisito l’istituto ma lo tassano pesantemente in alcuni casi – , e poi da Banca d’Italia, Consob, Entrate, Conservatorie e Catasti, Registri imprese, da moltissimi giudici e professionisti nonché dal legislatore fiscale), sentire ancora parlare di radicale inammissibilità del trust nel nostro ordinamento sembra davvero fuorviante.
Il giudice di Udine riconosce bensì di «aderire» con la sua decisione «alla tesi minoritaria», ma si lancia in un percorso assai impervio: dimentica che di tesi “maggioritaria” e di tesi “minoritaria” si parlava vent’anni fa, quando il trust fece capolino nel nostro ordinamento, mentre oggi la tesi minoritaria non c’è più, in quanto non v’è ragione di ritenere che un trust non sia istituibile nel nostro ordinamento; e riesuma la questione se la Convenzione dell’Aja sui trust del 1° luglio 1985 sia solo (come vorrebbe il giudice di Udine) una norma di diritto internazionale privato o sia, come invece vuole il consenso oggigiorno generalizzato della dottrina, della giurisprudenza e della prassi amministrativa e professionale, anche una legge di diritto materiale uniforme, e cioè, nel caso italiano, la legge che disciplina il trust. La tesi del giudice di Udine, in altri termini, porta a concludere che se un inglese (o un italiano) istituisce un trust a Londra (con trustee inglese o italiano) attribuendogli beni siti in Italia, non c’è problema; e che se invece lo stesso soggetto istituisca lo stesso trust con gli stessi beni, ma faccia il tutto in Italia anziché a Londra, ciò non sarebbe possibile perché l’atto istitutivo sarebbe nullo. Una conclusione abnorme.
Quando l’Italia ha ratificato la Convenzione dell’Aja, ha fatto diventare norma di legge interna il principio per il quale il trust (quale delineato dalla Convenzione stessa) “ha diritto” di nascere, di esistere e di operare in Italia. La Convenzione definisce come trust il rapporto giuridico cui un soggetto dà origine ponendo dati beni «sotto il controllo di un trustee nell’interesse di un beneficiario o per un fine specifico» (articolo 2, comma 1, Convenzione dell’ Aja).
Ebbene, ogni qualvolta esistano questi presupposti, la legge italiana (e cioè la Convenzione dell’Aja, importata nel nostro ordinamento mediante la sua ratifica) sancisce che i beni del trust si distaccano dal patrimonio del disponente (il quale ne perde la proprietà) ed entrano nella sfera giuridica del trustee con un singolare effetto, e cioè che non si confondono con il suo restante patrimonio, ma formano un’area separata del patrimonio del trustee. Di questi beni del trust il trustee non può fare ciò che vuole, ma deve operare con essi per adempierne la destinazione indicatagli dal disponente nell’atto istitutivo del trust.
Anni e anni di prassi in tal senso hanno dunque messo in luce non solo la liceità ma anche il bisogno che vi è, in alcuni casi, di questo istituto, utile e produttivo di effetti degni di tutela che non possono essere vanificati dall’uso banditesco che talora se n’è fatto; e tale da non poter francamente essere oggi contestato con gli stessi argomenti legittimi alcuni lustri fa.

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