Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Neanche chi vuole può fallire

Effetto boomerang per il blocco dei fallimenti fino a giugno; oltre alle istanze promosse dai creditori nemmeno la richiesta in proprio presentata dall’imprenditore sarà presa in considerazione. Così facendo, il dl liquidità, con il nobile scopo di dare fiato anche alle imprese più in difficoltà, non tiene in considerazione le esigenze di chi, invece, vuole comunque portare i libri in tribunale per evitare, quanto meno, che l’aggravarsi della situazione e il ritardo nella dichiarazione di fallimento non gli vengano imputati in sede civile e penale.

È l’articolo 10 del dl 23/2020 a sterilizzare di fatto, dal 9 marzo al 30 giugno, tutte le iniziative finalizzate a far dichiarare fallita un’impresa, rendendo improcedibili i ricorsi presentati ai sensi dell’articolo 15 della legge fallimentare.

La norma si occupa in verità anche di altre procedure, la liquidazione coatta amministrativa e l’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi (che però non rientrino nell’ambito del c.d. «Decreto Marzano»). Tuttavia, per quanto qui interessa, sono gli effetti sulla procedura dedicata alla maggior parte delle imprese, ossia il fallimento (non ancora liquidazione giudiziale, visto il rinvio del Codice della Crisi d’Impresa) che devono essere approfonditi. Illumina in tal senso la relazione illustrativa al provvedimento. Si legge che lo scopo non è solo quello di impedire in uno scenario tragico che l’imprenditore si veda arrivare anche l’istanza di fallimento, ma anche quello (meno nobile) di non ingolfare gli uffici giudiziari.

Il secondo comma dell’articolo 10 contiene una eccezione alla improcedibilità generalizzata. L’istanza di fallimento può essere presentata dalla procura ma solo se contiene la domanda di emissione di provvedimenti cautelari o conservativi a tutela del patrimonio o dell’impresa oggetto del provvedimento (art. 15, comma VIII l.f.). Ci si tutela, insomma, nei confronti di quelle situazioni patologiche per le quali c’è il fondato timore che l’inerzia possa favorire condotte dissipative in danno dei creditori e con riflessi anche di natura penale.

In verità la norma richiama solo l’articolo 15 della legge fallimentare e non già l’articolo 14, in tema di richiesta di fallimento in proprio. Che la norma faccia riferimento anche all’auto richiesta di fallimento è però chiaro, soprattutto dalla lettura della relazione illustrativa. Intanto si legge che la sospensione è disposta anche «per sottrarre gli stessi imprenditori alla drammatica scelta di presentare istanza di fallimento in proprio».

Più sotto, a fugare qualsiasi dubbio, la relazione illustra l’ambito di applicazione della norma: «Il blocco si estende a tutte le ipotesi di ricorso, e quindi anche ai ricorsi presentati dagli imprenditori in proprio, in modo da dare anche a questi ultimi un lasso temporale in cui valutare con maggiore ponderazione la possibilità di ricorrere a strumenti alternativi alla soluzione della crisi di impresa senza essere esposti alle conseguenze civili e penali connesse ad un aggravamento dello stato di insolvenza che in ogni caso sarebbero in gran parte da ricondursi a fattori esogeni». Ebbene, in una situazione del genere, impedire all’imprenditore di presentare la richiesta per il proprio fallimento appare tutto fuorché una norma di favore. Come si può pensare che una impresa che prima della crisi epidemiologica avesse deciso di portare i libri in tribunale possa cambiare idea ai tempi del Coronavirus? Semmai, proprio l’attuale situazione avrà convinto definitivamente l’imprenditore a mettere la parola fine alla propria attività.

Anche perché, impedire all’imprenditore di chiedere il fallimento rischia di aggravare il dissesto in essere che, nel periodo di sospensione, non può che peggiorare, anche ad attività chiusa. Basti pensare agli interessi passivi, alle sanzioni tributarie e contributive, al maturare di spettanze per i dipendenti. Tale aggravamento del dissesto può avere conseguenze pesanti, nel successivo fallimento; sia dal punto di vista patrimoniale che da quello penale.

Davvero appare difficile capire perché, in uno scenario di lockdown in cui le imprese sane scalpitano per riaprire, l’imprenditore insolvente che non ha più alcun animo di combattere, non può staccare la spina, ma viene obbligato a proseguire il calvario fino al 30 giugno 2020, aggravando il dissesto. Peraltro la soluzione è contraddittoria rispetto al fatto che la possibilità di presentare domanda di concordato o di omologa di accordi ristrutturazione dei debiti non viene affatto sospesa. Giustamente, peraltro. Così se un imprenditore in condizione di crisi può intraprendere la strada della composizione negoziata della crisi è favorito in ciò, ma se lo stesso di fronte ad una situazione irrecuperabile può solo portare i libri in tribunale non gli è concesso.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Non ha tempi, non ha luoghi, non ha obbligo di reperibilità: è lo smart working di ultima generazi...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«Sono entusiasta di essere stato nominato ad di Unicredit, un’istituzione veramente paneuropea e ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il primo annuncio è arrivato all’ora di pranzo, quando John Elkann ha rivelato che la Ferrari pre...

Oggi sulla stampa