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Nazionalizzazioni, la linea italiana «Stato nel capitale oltre il 2024»

ROMA

L’Italia aspetta le deroghe europee, poi si aprirà una nuova stagione all’insegna del capitale pubblico nelle imprese. Sono giorni decisivi, entro questa settimana dovrebbe arrivare l’emendamento della Commissione europea al Quadro temporaneo in materia di aiuti di Stato introdotto per far fronte all’emergenza economica. Il testo si riferirà agli interventi pubblici in forma di ricapitalizzazione, una possibile corsia per nazionalizzazioni temporanee. L’Italia, una volta che le regole Ue lo consentiranno, intende agire su singoli casi o potrebbe propendere per la creazione di un veicolo o di un fondo allo scopo.

Il governo ha formalmente presentato la sua proposta di modifiche alla Commissione. Ricevendo, su alcuni punti in discussione, primi riscontri positivi anche se per ora in via informale. Ecco, secondo quanto raccolto dal Sole 24 Ore, lo stato dell’arte.

I tempi dell’intervento pubblico

L’Italia, come del resto gran parte degli Stati membri, ritiene troppo stretto il termine del 31 dicembre 2020 per effettuare gli interventi in equity nelle imprese, finestra temporale delineata dalla proposta iniziale della commissaria alla concorrenza, Margrethe Vestager, e ha rilanciato indicando il 30 giugno 2021. Sul punto ci sarebbero aperture di Bruxelles. In discussione, però, c’è anche la finestra di uscita degli Stati dal capitale azionario, indicata al momento al 31 dicembre 2024. Anche qui l’Italia, non da sola, chiede più tempo e a Bruxelles si valuta di innalzare il limite a 5-7 anni dall’ingresso, lasciando tuttavia una scadenza unica senza differenziazioni per settori.

Il valore degli investimenti

La proposta Vestager valuta una soglia di 100 milioni di euro, oltre la quale ci sarebbe bisogno di effettuare una notifica alla Commissione per singola operazione. Sulla necessità di innalzare il tetto c’è quasi unanimità tra gli Stati membri. La Germania propone addirittura una soglia a 3 miliardi, che vedrebbe però la Commissione contraria. Probabile un compromesso attorno al “threshold” proposto dai ministeri italiani, cioè 250 milioni. Si pensa inoltre a una clausola anti delocalizzazioni, per impedire lo spostamento della produzione in altri paesi Ue da parte delle imprese beneficiarie, con un vincolo di 5 anni. Più complicato il discorso sui possibili meccanismi di incentivazione per il “buy back” delle azioni da parte di privati, tema ancora da chiarire.

A chi vanno gli aiuti

L’Italia sembra destinata invece a ricevere un secco no sulla proposta di includere tra i potenziali beneficiari degli aiuti anche le imprese che erano già in difficoltà al 31 dicembre 2019. Un’estensione che avrebbe consentito di far rientrare nel perimetro Alitalia, sanando di fatto eventuali nuove contestazioni sulla previsione di una newco pubblica per il salvataggio della compagnia (intervento inserito nel decreto Cura Italia). In linea generale, e ferma restando la soglia del 31 dicembre 2019, la Commissione punta a limitare gli interventi di ricapitalizzazione a imprese la cui uscita dal mercato provocherebbe evidenti problemi sociali o fallimenti di mercato.

C’è di sicuro distanza tra la visione generale e quella tedesca. La Germania spingerebbe per iniezioni di capitali rivolte essenzialmente alle grandi imprese, senza un necessario legame con le situazioni di allarme sociale. Si intersecano in sostanza due visioni dell’aiuto: quella che si pone come principale obiettivo difendere gli asset strategici da incursioni di investitori extra Ue, a partire dai cinesi, che sembra ispirare prioritariamente la posizione tedesca, e la strategia più concentrata al contenimento dei danni e dei rischi di fallimento indotti dalla crisi.

Il meccanismo di equilibrio

Ma in questi giorni la riflessione si estende anche alle conseguenze che ricapitalizzazioni massicce potrebbero avere sugli equilibri di mercato intra Ue, cioè sulla concorrenza tra paesi europei. L’Italia, come la Spagna, si interroga sul rischio che Stati dotati di maggiori capacità finanziarie – la Germania ma probabilmente anche la Francia – possano avvantaggiarsi sugli altri. Di qui la richiesta che la Commissione adotti uno strumento di equilibrio per favorire la capitalizzazione delle imprese strategiche. Tra le proposte c’è quella di un titolo emesso dalla Bei e garantito in parti uguali dal bilancio comunitario e dalla stessa Banca europea per gli investimenti.

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