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Naspi a chi perde il lavoro la platea sale al 97 per cento ma svantaggiati i discontinui

La Naspi debutta il primo maggio, venerdì prossimo. Con qualche sorpresa. Il nuovo sussidio di disoccupazione previsto dal Jobs Act è certo più inclusivo, visto che la platea coperta si amplia dal 94,9 al 96,6% dei lavoratori dipendenti. Ma penalizza e non poco i discontinui, ovvero i precari. Sotto tutti e tre i profili: entità, durata e contributi figurativi. In altri termini, chi ha carriere frammentate, non certo per colpa sua, ha meno soldi e per meno tempo ora, quando perde il lavoro. E pensioni più basse, domani.

I più colpiti sono gli stagionali, non da subito però. Perché il governo, almeno per loro, ha rinviato il dimezzamento della Naspi al 2016 (lo chiarirà una circolare Inps, attesa a breve), per non compromettere l’attività estiva. Ma la questione va al di là di questa categoria e investe quanti lavorano, loro malgrado, stop-and-go. Se si prende come durata quella media del sussidio di disoccupazione e dunque sei mesi, per oltre la metà dei futuri disoccupati (il 54,2%) l’importo della Naspi diminuisce. E per l’83,6% anche la contribuzione per la futura pensione. In generale, per il 10,3% dei dipendenti a termine il sussidio durerà meno. «Una percentuale che lievita, se calcolata non sull’intera platea degli aventi diritto, ma su quanti sono a maggior rischio di disoccupazione», spiega Michele Raitano, docente di Politica economica alla Sapienza di Roma, autore di uno studio sul tema pubblicato dalla rivista online “Etica ed Economia” (elaborazioni su dati Inps).
Ma come mai la Naspi si restringe rispetto alla vecchia Aspi? Perché i periodi di sussidio già ricevuto si sottraggono, lo dice l’articolo 5 del decreto sugli ammortizzatori. Se ho lavorato sei mesi ogni anno per due anni e incassato l’Aspi negli altri sei, con la Naspi ne riceverò tre di mesi, al termine del terzo anno: 18 mesi complessivi di lavoro danno diritto a 9 mesi di Naspi, di cui però 6 già goduti in precedenza. La regola generale dice che la Naspi (che assorbe Aspi e mini-Aspi dell’epoca Fornero) dura la metà delle settimane di contribuzione del quadriennio precedente la disoccupazione, con un massimo di 24 mesi (dal 2017 scenderanno a 18). Certo più generosa dell’Aspi, ma con questo limite per i precari. Che si aggiunge agli altri due: importo e contributi.
L’importo massimo è migliore con la Naspi (1.300 euro al mese) rispetto all’Aspi (1.190 euro). Ma l’Aspi rimaneva costante fino al sesto mese di erogazione, la Naspi si riduce ogni mese del 3%, a partire dal quarto. Un decalage anche qui penalizzante per chi esce ed entra dalla disoccupazione. Infine i contributivi figurativi per la pensione. Con la Fornero, l’aliquota era al 33% della retribuzione media del periodo precedente il licenziamento. Con il Jobs Act, la retribuzione su cui si calcola la contribuzione figurativa non può eccedere 1,4 volte l’importo massimo della Naspi (ovvero 1.800 euro al mese nel 2015). La quota extra non dà diritto a contribuzione, penalizzando così i lavoratori con salari medio-alti e soprattutto, anche qui, intermittenti.
«Se si tiene conto di tutte le circostanze rilevanti, e non solo dell’ampliamento della platea di potenziali beneficiari, la Naspi non consentirà quel miglioramento generalizzato di cui si parla», conclude Raitano. «In altri termini, farà dei perdenti. E cioè quei lavoratori, e non sono pochi, che in caso di licenziamento sarebbero tutelati per un periodo più breve, riceverebbero prestazioni di minore entità e si vedrebbero riconosciute contribuzioni figurative più contenute. Tra questi, proprio i lavoratori più esposti al rischio di incorrere in frequenti periodi di non lavoro». I precari, insomma. L’Inps intanto ieri ha sbloccato la Dis-coll, il sussidio per i cocopro. Quelli che hanno perso il lavoro dopo il primo gennaio hanno tempo fino al 4 luglio per richiederlo.
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