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Nasdaq sfonda quota 5.000 ai massimi da 15 anni e Google si dà alla telefonia

Vivevamo nella New Economy, il primo boom legato alla diffusione di Internet. Una bolla speculativa ebbe il suo apice al passaggio del millennio. E poi scoppiò fragorosamente nel marzo 2000. Il Nasdaq toccò i 5.000 punti, per poi precipitare agli inferi velocemente, fino a scendere sotto i 1.300. Ieri l’indice dei titoli tecnologici ha ritrovato quella soglia simbolica, la “soglia 5.000” è stata toccata di nuovo, per la prima volta in 15 anni. L’euforìa del Nasdaq ha coinciso con un’altra notizia importante legata all’economia digitale: Google si lancia nella telefonia mobile. Non più semplicemente come fabbricante di smartphone e soprattutto fornitore di software Android, mestieri dove già Google è presente da tempo. Stavolta la novità è proprio un’invasione di campo delle telecom, la creazione di un network in concorrenza diretta con i big della telefonia mobile come AT&T, Verizon.

L’effervescenza del Nasdaq s’inserisce in una fase positiva per molte Borse americane e mondiali, sostenute fra l’altro dall’abbondante generazione di liquidità da parte di molte banche centrali (Bce inclusa), nonché dai rendimenti azzerati o perfino negativi sui titoli di Stato. Ma il Nasdaq di suo ci aggiunge una caratteristica unica: è il listino azionario più rappresentativo della Silicon Valley, un settore che ha ritrovato dinamismo e capacità innovativa paragonabili a quelli della prima New Economy. E che come importanza relativa è cresciuto molto rispetto a 15 anni fa. Gran parte della performance del Nasdaq è legata a un titolo solo: Apple, la regina di tutte le capitalizzazioni di Borsa, con oltre 700 miliardi di dollari di valore. A parte Apple, che esisteva già 15 anni fa ma era molto più piccola, il Nasdaq oggi è affollato da società che nel 2000 dovevano ancora nascere e a maggior ragione dovevano ancora quotarsi in Borsa: tra queste Google, Facebook, Netflix, Tesla, LinkedIn. In questo senso il Nasdaq è uno specchio del dinamismo americano: nessun’altra economia al mondo ha la capacità di generare così tante start-up e poi di trasformarne alcune in veri giganti globali. Molte delle società che oggi dominano in termini di capitalizzazione, sono aziende che non hanno raggiunto la “maggiore età” (se paragonate con gli esseri umani); e sono aziende di prima generazione, i cui fondatori sono ancora giovani. Dai minimi in cui era caduto durante la crisi del 2008–2009 il Nasdaq ha ora recuperato il 300%. E tuttavia in termini reali, la quota 5.000 di oggi vale meno di quella che fu raggiunta 15 anni fa. Il che rassicura alcuni esperti, perché dovrebbe significare che non siamo ancora in una bolla speculativa così irragionevole come quella del 1999–2000.
In quanto alla decisione di Google di diventare anche una telecom, tra le motivazioni c’è l’insoddisfazione per la qualità del servizio di telefonia mobile in America. In molte zone degli Stati Uniti, compresa paradossalmente la California, ci sono lacune di copertura delle rete, disservizi frequenti (comunicazioni interrotte). Questo è particolarmente deleterio per un gruppo come Google che ha interesse a vedere la massima diffusione di app online, e un accesso facilitato alla Rete dagli smartphone. La ragione per cui il servizio telecom è diventato più scadente negli Stati Uniti rispetto ad alcuni paesi europei, è nota da tempo: mancanza di concorrenza. Le fusioni e concentrazioni hanno ridotto questo settore ad un oligopolio. L’antitrust è diventato meno aggressivo a Washington rispetto a Bruxelles. Ora Google vuol provare a rompere il cartello, per offrire un servizio migliore e al tempo stesso costringere le telecom tradizionali a offrire un servizio migliore agli utenti.
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