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Nasce l’Unione bancaria europea

Quando nel 1999, in un discorso a Londra, Tommaso Padoa-Schioppa mise in luce le contraddizioni di una moneta unica e di sistemi bancari nazionali, la sua proposta di creare una vigilanza centralizzata fu accolta con freddezza dai governi, preoccupati per una cessione di sovranità in un ambito bancario che è nei fatti la delicata cinghia di trasmissione tra la politica e l’economia. La crisi finanziaria e debitoria ha avuto il merito di indurre i paesi della zona euro a recuperare il tempo perduto e a rafforzare l’assetto istituzionale dell’unione monetaria.
L’accordo raggiunto dai ministri delle Finanze nella notte tra mercoledì e giovedì con l’obiettivo di creare un meccanismo unico di gestione delle crisi bancarie rappresenta il nuovo tassello di una unione bancaria che tenti di porre rimedio alle contraddizioni evidenziate dall’allora membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea. La riforma, salutata dal presidente Bce Mario Draghi, come «un importante passo avanti», deluderà i più federalisti. Il premier Enrico Letta ha parlato di un passo utile per dare maggiore unità all’Europa. In questi anni la zona euro si è dotata di una vigilanza unica; di un consiglio di risoluzione che prende le decisioni a maggioranza; di un fondo di risoluzione che prevede la messa in comune di risorse finanziarie.
I ministri delle Finanze hanno trovato mercoledì notte un’intesa su tre aspetti cruciali del meccanismo unico di gestione delle crisi bancarie: il funzionamento del consiglio di risoluzione; il fondo di risoluzione; il paracadute finanziario da utilizzare prima che il fondo sia a regime. Nei fatti l’unione bancaria prevede cessione di sovranità e mutualizzazione dei rischi. L’accordo raggiunto questa settimana si basa su un regolamento e un trattato intergovernativo, quest’ultimo voluto da alcuni Paesi per dare una base legale certa al fondo.
Il consiglio di risoluzione
L’accordo prevede che le decisioni sull’uso del fondo di risoluzione vengano prese da un consiglio di risoluzione in sessione esecutiva (composto cioè dalle autorità nazionali coinvolte dalla crisi bancaria) ed entrino in vigore entro 24 ore. In caso di parere contrario da parte della Commissione, il dossier passerebbe all’Ecofin che voterebbe a maggioranza semplice. Quando la ristrutturazione impegnerà almeno il 20% del fondo o richiederà l’accesso al fondo dopo che nell’anno in corso sono già stati usati cinque miliardi di euro, la questione è gestita dal consiglio di risoluzione in sessione plenaria (presenti tutte le autorità nazionali).
In questi casi, la decisione del meccanismo unico di gestione delle crisi bancarie sarà presa da una maggioranza dei due terzi e il benestare di Paesi pari al 50% dei contributi al fondo. «I governi avranno tendenzialmente l’ultima parola», notava mercoledì notte un responsabile comunitario. La decisione di ristrutturare o chiudere una banca verrà presa sulla base di nuove regole sui modi in cui azionisti e obbligazionisti devono essere messi a contribuzione. Dal 2016, questi contribuiranno alla ristrutturazione fino all’8% degli attivi della banca. Oltre a questo livello, ci si potrà rivolgere al futuro fondo di risoluzione per un ammontare fino al 5% degli attivi dell’istituto di credito in difficoltà.
Il fondo di risoluzione
Il fondo verrà finanziato dalle banche. L’ammontare sarà di 55 miliardi di euro; l’obiettivo è di evitare che gli Stati siano chiamati, come negli anni passati, a usare denaro pubblico per salvare banche in difficoltà. Tra il 2008 e il 2011, i Paesi dell’Unione europea hanno usato 4.500 miliardi di euro per sostenere il settore finanziario in crisi. Il fondo nascerà composto da compartimenti nazionali il cui ammontare sarà basato sugli attivi bancari dei singoli Paesi. Su un periodo di dieci anni, a un ritmo del 10% all’anno, le quote nazionali saranno progressivamente messe in comune.
La mutualizzazione delle risorse e dei rischi non è una scelta banale, anche se i tempi sono lunghi. Per mesi, la Germania si era opposta, per paura di dover pagare per altri e per il timore di violare i Trattati che vietano la mutualizzazione dei debiti. Poi progressivamente il governo tedesco ha dovuto rivedere le sue posizioni non fosse che per coerenza rispetto alla presenza di una vigilanza unica. Nella fase transitoria, il fondo potrà godere «come estrema ratio» di finanziamenti-ponte, anche di natura pubblica, nazionale o attraverso il meccanismo europeo di stabilità (Esm).
Il paracadute finanziario
Questo è probabilmente l’aspetto più controverso e meno definito. L’intesa prevede un non meglio precisato «paracadute finanziario comune» che «dovrebbe permettere la presa in prestito di denaro da parte del fondo di risoluzione». Questo strumento, che dovrebbe essere «pienamente operativo entro dieci anni», deve essere neutro per i bilanci nazionali. Il settore bancario sarà infatti chiamato a rimborsare i prestiti concessi al fondo di risoluzione, attraverso prelievi sui bilanci degli istituti anche ex post.
Alcuni governi, in particolare quello italiano, hanno insistito perché questo paracadute fosse il più convincente possibile in modo da tranquilizzare i mercati finanziari dinanzi a una situazione del mondo bancario ancora incerta. I più critici metteranno l’accento sul fatto che lo strumento è ancora tutto da negoziare e che non ne è chiaro l’ammontare. Altri, volutamente più ottimisti, noteranno che l’eventuale ruolo dell’Esm, un vero fondo monetario europeo, non è escluso e che c’è quindi spazio per aprire nuove trattative.
Prossime tappe
Due sono soprattutto gli scogli da superare perché l’intesa sul meccanismo unico di gestione delle crisi bancarie entri in vigore nel 2015. Il primo è il trattato intergovernativo su cui gli Stati devono accordarsi entro il 1° marzo 2014. Proprio questo aspetto complica il secondo scoglio: l’accordo del Parlamento all’intera riforma. Molti deputati hanno già protestato perché il trattato intergovernativo esclude il metodo comunitario. Il presidente del Parlamento, Martin Schulz, ha spiegato ieri che l’intesa è «molto lontana» dalle attese e ha previsto negoziati «molto lunghi». È «inaccettabile», ha aggiunto Schulz, che il Parlamento perda le sue prerogative legislative a favore di un meccanismo intergovernativo.
Nel contempo, sempre questa settimana, Parlamento e Consiglio hanno trovato un accordo su norme europee che armonizzano le regole sulla garanzia dei depositi fino a 100mila euro. In particolare, ci saranno criteri comuni sull’ammontare del fondo di garanzia (pari allo 0,8% dei depositi totali) e sulle scadenze entro le quali deve avvenire il rimborso (una settimana nel 2024). La riforma non prevede la messa in comune delle risorse, così come aveva proposto la Commissione. Tuttavia, la stessa graduale mutualizzazione del fondo di risoluzione apre nuove e ambiziose strade anche su questo fronte.

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