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Nasce la vigilanza unica europea

Dopo anni di discussioni, mesi di trattative e una maratona notturna di 14 ore, i 27 paesi dell’Unione hanno trovato una intesa con la quale trasferire la sorveglianza bancaria dagli Stati membri alla Banca centrale europea. La riforma è per molti versi un passaggio storico perché presuppone una delicatissima cessione di sovranità. Nata con l’obiettivo di spezzare il circolo vizioso tra bilanci bancari e bilanci sovrani, andrà valutata nella messa in pratica.
L’accordo, che è stato trovato nella notte tra mercoledì e giovedì, e che dovrebbe essere pienamente operativo il 1° marzo 2014, è stato definito dal presidente della Bce Mario Draghi «un importante passo» verso una unione monetaria più stabile. La centralizzazione della sorveglianza bancaria è stata argomento politico e accademico per anni. Pur consapevoli della necessità di una vigilanza unica, i Paesi si erano sempre rifiutati di applicare l’articolo previsto dal Trattato di Maastricht.
La crisi debitoria e finanziaria ha provocato finalmente una presa di coscienza a 12 anni dall’avvento della moneta unica. L’accordo raggiunto all’Ecofin, e che dovrà essere approvato anche dal Parlamento europeo, prevede una complessa ripartizione dei compiti. Alla Bce andrà la vigilanza delle banche più significative (tra le altre cose, con attivi per oltre 30 miliardi di euro). Si stima che queste possano essere 150-200 sui 6mila istituti della zona euro.
Il resto del settore rimarrà vigilato dalle autorità nazionali. L’accordo prevede che la Bce possa avocare a sé qualsiasi dossier nazionale «per assicurare l’applicazione coerente di elevati standard di sorveglianza». Alcuni osservatori ieri si interrogavano sui modi in cui avverrà il confronto tra centro e periferia, ricordando le tensioni su questo fronte in Spagna. È stato anche trovato un accordo sulle modalità di voto all’Autorità bancaria europea, che continuerà a regolamentare il mercato unico a 27.
Per evitare che i Paesi che non adotteranno la vigilanza unica (Gran Bretagna, Svezia e Repubblica Ceca) e che temono di essere messi in minoranza all’Eba, è stato ideato un sistema di doppia maggioranza, dei Paesi che sono vigilati dalla Bce e di quelli che non lo sono. Come spesso succede, la messa in pratica sarà il test decisivo per capire se il pacchetto di misure funzionerà realmente, e se il compromesso non sia stato minato dalle diverse sensibilità politiche.
La riforma è nata per consentire una ricapitalizzazione diretta delle banche da parte del Meccanismo europeo di stabilità (Esm), così da spezzare il circolo vizioso tra bilanci bancari e bilanci sovrani. Il compromesso stabilisce che ciò potrà avvenire anche prima della piena operatività della vigilanza (con voto unanime dell’Esm). Ha precisato ieri il ministro delle Finanze olandese Jeroen Dijsselbloem: «Non abbiamo preso alcuna decisione su quando le banche potranno essere ricapitalizzate».
Dietro alla presa di posizione olandese si nasconde quasi un mettere le mani avanti, dinanzi alle probabili richieste di alcuni Paesi nei primi mesi dell’anno prossimo. Dal canto suo, il premier finlandese Jyrki Katainen è tornato sulla questione delle attività ereditate dalle precedenti gestioni (legacy assets, secondo l’espressione inglese): «La ricapitalizzazione diretta delle banche non significa che dovremmo ricapitalizzare anche le attività di una gestione precedente».
Per certi versi, le discussioni su alcuni aspetti della riforma rischiano di continuare. Nella fase transitoria – particolarmente lunga anche per scelta della Bce che dovrà probabilmente assumere nuovo personale – il margine di manovra per ricapitalizzare direttamente le banche più fragili della zona euro esiste, ma è stretto e richiederà nel caso eventuali compromessi. L’accordo è «storico», come ha affermato ieri la Federazione bancaria europea, ma ricco di possibili insidie.

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