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Napolitano: il voto anticipato fa perdere credibilità al Paese

«In tutti i paesi democratici europei si vota alla scadenza naturale delle legislature: fare diversamente significa dare il massimo contributo negativo al consolidamento della credibilità politico-istituzionale del paese. Ed è semplicemente abnorme che invece il giuoco e il patto extra-costituzionale sulla data del voto sia quasi diventato un corollario dell’accordo tra partiti sulla nuova legge elettorale (che già sembra destinata a rendere più difficile la governabilità del paese)». La bordata contro «questa grande intesa di 4 leader di partito che agiscono solo calcolando le proprie convenienze» arriva da un personaggio politico che nel Pd e nel centro-sinistra il suo peso ce l’ha, ossia il presidente emerito Giorgio Napolitano. Che non risparmia parole sarcastiche contro il modello elettorale tedesco al voto della Camera (Napolitano parla di «funambolico passaggio dal francese al tedesco»), ma che soprattutto vede come fumo negli occhi il voto anticipato a settembre o ottobre: «Siamo di nuovo alle prese con il tema dell’instabilità del governo, e senza neppure offrirne motivazioni appena sostenibili».
Napolitano parla durante un convegno a Palazzo Giustiniani sul tema dell’Europa (si veda pagina 18). E la bordata è certo diretta contro Matteo Renzi, leader del Pd, ma non solo. C’è chi, tra i parlamentari dem, guarda direttamente al Quirinale, dal momento che Sergio Mattarella avrebbe fatto intendere che, di fronte alla volontà delle quattro maggiori forze politiche di tornare al voto una volta approvata la legge elettorale, non sarà lui a porsi d’ostacolo. Per il Quirinale ad ogni modo la priorità resta l’approvazione di una legge elettorale condivisa, dal momento che l’interesse generale è sanare un vulnus costituzionale nel quale l’Italia naviga pericolosamente da due anni. Il resto, se il patto tra i partiti reggerà, sarà conseguenziale. In casa dem si immagina un percorso di questo genere: una dichiarazione dei capigruppo di Pd, M5s, Fi e Lega che, subito dopo l’approvazione in via definitiva della nuova legge elettorale, dichiari esaurita la legislatura. A quel punto il premier Paolo Gentiloni potrebbe salire al Colle per spiegare che il suo lavoro è compiuto e che il suo partito, il Pd, non è disposto ad appoggiare altri esecutivi. Restando tuttavia al suo posto, senza passare per dimissioni formali, anche a Camere sciolte (c’è il precedente di Carlo Azeglio Ciampi durante la campagna elettorale del ’94, anche allora dopo l’approvazione di una nuova legge elettorale, il Mattarellum). E se proprio elezioni devono essere, si ragiona nei Palazzi, allora meglio settembre di ottobre in modo da allontanare il più possibile il rischio di esercizio provvisorio.
Scenari possibili, certo, ma al momento futuribili. Intanto i capigruppo dem di Camera e Senato Ettore Rosato e Luigi Zanda sono concentrati sulla missione legge elettorale. Missione non scontata per due motivi: intanto il passaggio nelle Aule parlamentari presuppone un patto forte tra i quattro partiti contraenti e gli occhi sono puntati su Beppe Grillo, che anche ieri si è reso protagonista di dichiarazioni contrastanti sul tema (prima «stiamo facendo una legge elettorale che non si capisce, che i cittadini non capiscono» e poi «stiamo lavorando per dare al Paese una legge elettorale costituzionale, siamo soddisfatti »); inoltre c’è la trappola dei voti segreti, che saranno numerosi alla Camera ma qualcuno ci sarà anche in Senato, in cui potrebbero riversarsi i maldipancia trasversali di chi non vuole finire anticipatamente la legislatura. Intanto a dare battaglia è sempre il ministro degli Esteri Angelino Alfano, che ieri incalzava dicendo che il testo all’esame della Camera è incostituzionale.
Insomma, calma a gesso. A cominciare dallo stesso Renzi. Che ieri, parlando davanti agli imprenditori della moda a Milano, ha ribadito quanto già affermato nell’intervista al Sole 24 Ore di sabato scorso: «Nessuno ha fretta di andare alle elezioni, c’è solo fretta di abbassare le tasse, di continuare questo progetto. Bisogna fare una legge di bilancio che abbia la stessa forza di quella del 2016». E il segretario del Pd, sottolineando che «non dobbiamo rinchiuderci in discussioni di palazzo», conclude la sua giornata milanese con uan fiaccolata per l’ambiente in difesa degli accordi di Parigi messi in discussione dagli Usa.

Emilia Patta

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