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Napolitano: un dovere evitare il voto La Nota

di Marzio Breda

ROMA — Difende il governo Monti, la cui nomina non è il prodotto di «alcuna forzatura o strappo costituzionale», e infatti gli sembra «una grave leggerezza parlare di sospensione della democrazia» come qualcuno fa. E difende sé stesso per aver affidato al professore l'incarico di premier, perché «era mio dovere evitare lo scioglimento delle Camere». Ma soprattutto, mentre indica la primavera 2013 come orizzonte cronologico «naturale» dell'esecutivo, detta un'«agenda per l'Italia» (la fase due) che parta da alcune riforme: la legge elettorale e le «emergenze» sulla giustizia — «a cominciare dalle carceri» — e sul Mezzogiorno. Vanno messe in cantiere in fretta, dice, sapendo che restiamo sempre «incalzati» dall'urgenza di lavorare al «consolidamento dei conti pubblici» e al rilancio di crescita e occupazione.
Giorgio Napolitano traccia davanti alle Alte cariche dello Stato il bilancio di quest'annus horribilis, e il suo discorso è un memorandum a tutto campo: sui fattori che hanno incubato la crisi politica, sulla soluzione con cui è stata tamponata, sui rischi ancora aperti, sul nostro rapporto con l'Europa. E se era scontato che respingesse certe critiche (in primis della Lega, oltre che di qualche politologo) per il modo in cui ha gestito il passaggio di un mese fa, meno scontato era che si schierasse così esplicitamente a sostegno del nuovo inquilino di Palazzo Chigi. Stendendo sul nuovo governo un mantello protettivo che i partiti e le stesse forze sociali non potranno ignorare.
Per il presidente della Repubblica, chi parla di tradimento della volontà popolare e di democrazia «sospesa» non sa quel che dice. Di più: mette in pericolo la prova di compattezza che il Paese ha saputo offrire nelle ultime settimane. Napolitano ricostruisce «la lunga, irriducibile contrapposizione, al limite dell'incomunicabilità, che si era determinata tra le forze politiche» e che aveva reso «impraticabile ogni ipotesi di larga coalizione, come l'incaricato ha ben presto potuto constatare». Ecco perché è stato inevitabile lo sbocco del governo tecnico, affidato a «una personalità fuori dalla mischia politica, già sperimentata e di indubbia autorevolezza internazionale». Mario Monti, appunto. Al quale è stata accordata la fiducia «da un larghissimo arco di forze», dopo che il premier si era «liberamente scelto i propri ministri come vuole la Costituzione», perché tutti hanno capito che, «in una fase così critica, bisognava scongiurare una paralisi e uno scontro elettorale devastante».
Una «via obbligata», insiste il capo dello Stato, dopo che «con Berlusconi la nostra sostenibilità internazionale era al limite», e anche per questo, «con senso di responsabilità» che riconosce, il Cavaliere si era dimesso. Dal Quirinale, lui si è limitato a «registrare e seguire imparzialmente le ragioni delle forze in campo», altro che imporre scorciatoie costituzionalmente censurabili. Del resto, osserva tagliente, la nascita di esecutivi sostenuti da maggioranze non espresse dal voto si è avuta pure in Gran Bretagna, «patria del più rigido bipolarismo», e in Germania. E là «nessuno ha gridato allo scandalo».
Fin qui i capitoli retrospettivi del lungo (21 cartelle) discorso di Napolitano, nel salone dei corazzieri affollato dai rappresentanti di istituzioni, forze politiche e società: dallo stesso Monti a Berlusconi, che annuiscono entrambi più volte. La parte di chiusura è invece tutta proiettata su un futuro a breve, dato che l'esperienza di questo governo con lo sforzo «appena avviato» con la manovra sarà solo una parentesi di 16-18 mesi. Ossia, il termine «naturale». Una «strada lunga e in salita», ammette il presidente, nella quale «il ruolo della politica resta insopprimibile». A condizione che «i partiti facciano la loro parte», aprendosi a nuovi e diversi contributi e integrando un programma «che non è onnicomprensivo», ma che dovrebbe dare «seriamente priorità ai "non rappresentati", giovani senza lavoro o con deboli prospettive».
C'è da «recuperare il tempo perduto», e non solo sulle questioni che lui vorrebbe fossero messe in agenda (e la riforma della legge elettorale tra queste primeggia). C'è da recuperare un clima politico più civile e costruttivo, come con un po' di sollievo si percepisce da qualche settimana. Ecco cosa va coltivato e consolidato, esorta il presidente, «anche per creare condizioni più serene in vista delle elezioni e del successivo normale svolgimento della dialettica democratica». Un clima che, per maturare sul serio, deve vedere coinvolte pure le forze sociali. Napolitano si appella anche a loro, affinché affrontino scelte di grande complessità e difficoltà, come quelle che incombono su pensioni e lavoro (articolo 18), «con obiettività e senso della misura», bloccando sul nascere «ogni esasperazione polemica» e magari rinunciando a giudizi perentori o battute sprezzanti».
 

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