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Napolitano: “Non si vota nel 2014 bisogna prima fare le riforme valuterò se posso restare al mio posto”

ROMA — «Non mancherò di rendere nota ogni mia valutazione della sostenibilità, in termini istituzionali e personali, dell’alto e gravoso incarico affidatomi ». Lo aveva già anticipato al momento della rielezione ma adesso le “dimissioni” di Giorgio Napolitano finiscono, per così dire, sul tavolo: sarebbe pronto anche a questo il capo dello Stato se dovesse finire nel nulla il suo appello alle riforme, alla tenuta del governo Letta, «a dare risposte ai problemi degli italiani piuttosto che inseguire l’aspettativa di nuove elezioni anticipate dall’esito più che dubbio». Insomma, chi lavora ad una rottura anzitempo del patto di governo del 2014 e sogna le urne, sappia che dovrà fare i conti prima con la minaccia di un passo indietro di Napolitano e di una drammatica crisi istituzionale. Però «le sorti del governo — sottolinea — poggiano soltanto sulle sue forze, sono legate soltanto al rapporto di fiducia con la sua maggioranza». E la stabilità non è un valore in sé «se non si traduce in un’azione di governo adeguata». Il presidente parla davanti a tutte le alte cariche dello Stato salite al Colle per il tradizionale incontro per gli auguri di Natale, ma di rituale l’incontro (che segna anche il debutto di Matteo Renzi) ha ben
poco. Le reazioni non si fanno attendere. Per il premier Letta quello di Napolitano è «un discorso di speranza per il 2014». Forza Italia con Brunetta chiude subito la porta: «Il Quirinale ha perso il senso della misura».
Ma per il capo dello Stato non c’è più tempo da perdere di fronte «alla recessione che morde e al rischio di tensioni e scosse sociali», con riferimento indiretto alla rivolta dei forconi: è quel che può succedere quando non si presta «la massima attenzione » al disagio sociale, e la gente viene trascinata in «proteste anche violente», in una «sterile contrapposizione totale alla politica e alle istituzioni». In questo contesto di grande malessere sociale, che «si esaspera» per episodi di corruzione e malcostume, la politica non può più stare ferma, inerte, «a pestare l’acqua nel mortaio». Deve concentrarsi su due obiettivi: riforme per il lavoro e riforme dell’ordinamento della Repubblica. Qui, arriva lo «schietto appello » del capo dello Stato a Forza Italia (che non cita per nome ma come il partito che «il 2 ottobre scorso si è distaccato dalla maggioranza») perché quella rottura «non comporti l’abbandono del disegno di riforme costituzionali ». Sul terreno delle regole dunque il presidente della Repubblica chiede di allargare il recinto della maggioranza, nel tentativo anche di raggiungere quei due terzi del Parlamento che consentano di evitare il referendum. Il superamento del bicameralismo paritario, lo snellimento delle Camere, la semplificazione del processo legislativo, sono «questioni vitali per il nostro sistema democratico».
Ma a Berlusconi (assente) arriva anche la dura risposta del capo dello Stato per le accuse dopo la sentenza di condanna della Cassazione, lanciate nei confronti del Quirinale. La «severità » della pena «può indurre l’interessato a tentare la strada di revisione o il ricorso europeo» ma non lo «autorizza a evocare immaginari colpi di Stato e oscuri disegni cui non sarebbero state estranee le nostre più alte istituzioni di garanzia». Queste «estremizzazioni» non giovano a nessuno, «possono solo provocare guasti nella vita democratica ». L’appello sulle riforme istituzionali viene esteso anche ai grillini (tutti assenti), che hanno osteggiato la modifica dell’articolo 138, «ma non in linea pregiudiziale la scelta di determinate riforme». E la legge elettorale? Qui Napolitano pensa invece che vadano cercate intese «innanzitutto nella maggioranza di governo» e poi «nella massima misura possibile» con l’opposizione. Il che provoca la reazione della Gelmini, e forse la freddezza di Renzi, “gratificato” comunque dal capo dello Stato che parla di un Parlamento «rinvigorito» dalle nuove leadership. Adesso, tocca ai partiti. Napolitano, un anno fa, escludeva una sua rielezione in modo «chiarissimo e convinto». E non c’è «spudorato tentativo di rovesciamento della verità» che possa cancellare la «pressante sollecitazione» delle forze politiche che lo portò ad accettare il secondo mandato. Ma ora potrebbe pentirsene.

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