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Napolitano: euro irrinunciabile, Atene inclusa

Un’ora di colloquio con temi noti da trattare ma dai toni davvero drammatici. Giorgio Napolitano incontra il presidente greco Karolos Papoulias che gli racconta di un Paese allo stremo: «La società greca è arrivata ai limiti e non si può andare avanti così, la disoccupazione è inaccettabile, quella giovanile è da incubo». Parole che Papoulias ripeterà nel faccia a faccia con la stampa facendo tornare in mente quelle immagini di città sotto assedio, di giovani in corteo, della disperazione di una classe media azzerata da una crisi che ha fatto tremare l’Italia per prima. Un anno fa eravamo i secondi della lista, dopo Atene. Ma dopo un anno non è solo della tabella di marcia greca, messa ancora alle strette dalla trojka europea, che parlano Papoulias e Napolitano. È soprattutto l’incertezza che permane nelle sedi europee e nelle cancellerie a essere stigmatizzata dai due presidenti.
Il più netto è proprio il capo dello Stato che ben sa – e spesso ha ricordato – come parte del nostro spread (almeno 200 punti secondo Bankitalia) dipenda proprio dalle alterne dichiarazioni di leader dell’Unione su Atene e non solo. «Siamo persuasi della necessità che si ponga la parola fine al dibattito strisciante sulla permanenza o meno della Grecia nell’eurozona: la Grecia è parte integrante dell’Ue e l’euro è una conquista irrinunciabile». In altre occasioni – a Cernobbio, dieci giorni fa – Napolitano aveva invitato i leader europei a un «self restraint» e non c’è occasione migliore che l’incontro con il presidente greco per ribadire quel concetto. Una linea su cui naturalmente si trova Papoulias: «Bisogna mettere un freno alle incertezze della Grecia nell’euro: basta con le dichiarazioni di alcuni leader europei che pongono in dubbio la nostra permanenza».
Nessun dubbio dall’Italia, invece. La posizione politica del nostro Paese è quella di evitare violazioni dell’integrità dell’area-euro: spesso si è parlato di un effetto-domino che potrebbe arrivare fino a noi, passando dalla Spagna. Certo, le decisioni di Mario Draghi – il bazooka messo sul tavolo – è una protezione ma lo spettro del fondo anti-spread continua ad aggirarsi su di noi e sulla Spagna. Non è un caso che nella sua visita a Madrid programmata per i primi giorni di ottobre, Giorgio Napolitano incontrerà Mariano Rajoy proprio per ribadire la linea della solidarietà e dell’intangibilità dell’area-euro. Concetto che Napolitano ha chiarito ieri dopo l’incontro con Papoulias: «L’Italia è stata sempre convinta che la Grecia rappresenta una componente essenziale della civiltà e della storia europea: ci sono state troppe oscillazioni in questo rapporto dell’Ue con la Grecia». Più che un j’accuse politico, quella di Napolitano è un’analisi della gestione – soprattutto tedesca – della crisi greca che è stata trascinata per troppo tempo e che ha segnato le campagne elettorali regionali della Merkel così come dei Paesi del Nord. «Quelle incertezze – dice Napolitano ai cronisti – credo abbiano finito anche per elevare il costo che l’Ue ha dovuto affrontare per accompagnare la Grecia fuori della grave crisi finanziaria».
Sullo sfondo c’è un timore più grave che è conseguenza della crisi finanziaria, l’emergenza democratica: su questo si sono molto soffermati i due presidenti. E dalle parole di Napolitano si comprende come lui sia dell’avviso di concedere più tempo ad Atene proprio per evitare un rischio-democrazia. «Penso si debba tenere conto delle conseguenze sociali di un ulteriore inasprimento delle condizioni poste alla Grecia, che si debba avere la possibilità, anche in termini di tempo, per la Grecia di affrontare meglio queste prove. Perché le crisi sociali possono essere fonte di gravi tensioni sul piano politico, con danni e pericoli per la democrazia». L’emergenza è della Grecia ma è solo il riflesso dell’emergenza-Europa. Lo dice chiaro Papoulias. «La crisi finanziaria greca non è solo il risultato di una cattiva gestione ma anche del sistema euro, che è un problema politico». Un nodo di cui Napolitano ha parlato spesso, sostenendo un percorso verso una «unione politica» che garantisca anche la democraticità dei processi decisionali.

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