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Napolitano, appello alla verità su Borsellino e ipotesi trattativa

ROMA — È un messaggio a diversi livelli di lettura, quello che il presidente della Repubblica ha reso pubblico ieri per l’anniversario della strage in cui fu ucciso Paolo Borsellino. Costruito su una cifra non formale, ricorda gli eventi di vent’anni fa con toni partecipati e alza il velo anche su qualche spazio privato — lo spazio delle scelte politiche e perfino dei sentimenti — di Giorgio Napolitano. Ma la sua è soprattutto, come ci si aspettava, una risposta a chi lo assedia per aver sollevato il conflitto di attribuzioni contro la Procura palermitana, per alcune intercettazioni di suoi colloqui con Nicola Mancino. Una querelle giuridica sfociata in delegittimante campagna politica e mediatica, che il capo dello Stato tenta di sterilizzare sui fronti più delicati. In primo luogo rivendicando ciò che, in un passaggio critico come questo, con tre Procure impegnate sulla stessa materia, bisogna fare (e che il Quirinale ha fatto attraverso una lettera al procuratore generale della Cassazione) per «scongiurare sovrapposizioni nelle indagini, difetti di collaborazione, pubblicità improprie e generatrici di confusione…».
Ecco, spiega Napolitano, su che cosa, anche in quanto presiede il Csm, gli tocca «vegliare». E, aggiunge, «devo farlo, come ho sempre fatto, con linearità, imparzialità severità». Insomma: né pregiudizi, né coperture, per nessuno. Solo la segnalazione, non discrezionale ma obbligata, di comportamenti che gli appaiono a rischio di distorsioni, da parte delle toghe. Per il resto, per liquidare gli scenari torbidi, le provocazioni e i veleni (distillati in dosi massicce in particolare da Antonio Di Pietro), il presidente conferma che non intende coprire alcun mistero e sottrarre nessuno all’indispensabile scavo per arrivare finalmente alla verità sulla trattativa Stato-mafia, avvenuta tra il 1992 e il ’93. Perché, insiste, «non c’è alcuna ragione di Stato che possa giustificare ritardi nell’accertamento dei fatti e delle responsabilità, ritardi e incertezze nella ricerca della verità».
Il presidente si mette dunque, formalmente e moralmente, al fianco di quanti continuano l’opera del giudice ucciso. E confessa che «la falsa e distorta verità giudiziaria» denunciata da Agnese Borsellino ha rappresentato una «umiliazione» per tutti coloro che rappresentano lo Stato democratico. È il passaggio nel quale Napolitano rievoca una lettera inviatagli il 23 maggio dalla vedova del magistrato e, filtrando ricordi personali e figure a lui vicine, storicizza la sua scelta antimafia, maturata come «scelta civile» fin dagli anni della lotta antifascista. Scelta coerente con uno spirito di rivolta morale che — e pure questa sembra una replica agli attacchi subìti — non prevedeva e non prevede «cedimenti a rassegnazioni o a filosofie di vile convivenza» con le cosche.
Il messaggio è chiaro. O almeno dovrebbe esserlo, anche se Di Pietro così non pare coglierlo. Napolitano «predica bene e razzola male», dice il leader dell’Idv, che continua a censurare politicamente il conflitto di attribuzione aperto dal Quirinale. Sulla sua scia si è espresso il fratello di Borsellino, Salvatore, parlando di «improvvida iniziativa, che potrebbe fermare il corso della verità e della giustizia». Mentre il procuratore aggiunto Ingroia, con un secco «nessuna polemica», ha voluto minimizzare lo scontro. In appoggio al Colle il presidente della Camera Fini. Ma anche, a modo suo e con una singolare proposta, il sindaco Leoluca Orlando: «Come sarebbe bello se Napolitano ricevesse i vertici delle Procure di Palermo e Caltanissetta e dicesse loro: andate avanti senza avere rispetto dei potenti».

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