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Napolitano: «Al voto con nuove regole»

ROMA — Ridefinisce per l’ennesima volta l’orizzonte temporale che la politica ha davanti, ed è un avvertimento a doppio significato. Da un lato, infatti, gli serve per blindare Monti a Palazzo Chigi e bagnare le polveri disseminate da qualche aspirante incendiario — come Berlusconi — che minaccia di sfiduciare l’esecutivo, con il conseguente rischio di nuove tensioni sui mercati e di disastrose incertezze sull’Italia nelle Cancellerie europee. Dall’altro lato la road map cronologica gli serve per lanciare l’estremo memorandum ai partiti sulle cose da fare, molte e fino all’ultimo, il 7 aprile, evitando di disperdere le energie e paralizzarsi già ora sulla campagna per il voto.
Giorgio Napolitano ripete per tre volte le tappe, con relativi obblighi, del percorso che la vita pubblica italiana dovrà affrontare, e senza deragliamenti dai termini prefissati. Dice: «C’è materia assai rilevante per l’impegno del governo e del Parlamento di qui alla scadenza naturale della legislatura». Incalza: «Una scadenza sufficientemente vicina per consentire alle forze politiche di prepararsi a riassumere pienamente il loro ruolo nella vita istituzionale, sottoponendo liberamente al corpo elettorale — sulla base di nuove regole — le loro diversificate analisi e piattaforme programmatiche». E conclude: «Una scadenza, per la conclusione della legislatura e del settennato presidenziale, tale da suggerire ancora un’ampia e operosa assunzione di responsabilità in vista delle sfide che sono davanti all’Italia e all’Europa».
Scadenze naturali (dunque no ad anticipi), responsabilità operosa (perché è in gioco la stessa credibilità di una politica ora in grande affanno, come dimostra la crescente disaffezione dei cittadini alle urne), sfida delle riforme (in primis quella elettorale, impantanata al Senato, cancellando subito il Porcellum senza traccheggiamenti tattici).
Ecco le parole chiave che sintetizzano il richiamo del capo dello Stato all’indomani del responso del voto in Sicilia e del colpo di teatro del Cavaliere. Un tentativo di spronare i partiti e di rimettere nei binari giusti il dibattito politico, con l’aggiunta di un altro paio di paletti, l’uno connesso all’altro: 1) lo spirito con cui l’Italia sta in Europa «non si è limitato a sottoscrivere intese come quelle sancite nel Six Pack e nel Fiscal Compact, ma mostra come si debba e possa lavorare per rendere concreta e operante una nuova disciplina di bilancio comune»; 2) è ormai provvidenziale, dato l’eterno riaffacciarsi della questione morale, il ruolo di «controllo della finanza pubblica» affidato alla Corte dei Conti.
Un messaggio che il capo dello Stato ha sillabato ieri con aria preoccupata, durante la cerimonia al Quirinale per i 150 anni della Corte dei Conti. Un incontro a margine del quale ha avuto scambi di opinioni con alcuni ospiti. Anzitutto con Mario Monti, che con fredda tranquillità continua la propria missione. Poi con Pier Ferdinando Casini, ricevuto in serata per una ricognizione. E soprattutto con Gianni Letta, l’ambasciatore mediatore dell’ex premier, che lo avrebbe rassicurato sulla volontà del Pdl (per quanto in tensione) di non interrompere adesso l’esperienza del governo tecnico, cui Giorgio Napolitano ovviamente tiene molto.
Scambio di idee importante, quest’ultimo, sulla cui scia si è dissolto un mini giallo su un annunciato faccia a faccia tra il presidente della Repubblica e Berlusconi, che avrebbe dovuto avvenire nelle scorse ore. Data per certa da fonti berlusconiane, che evidentemente ci speravano, quell’udienza non è mai figurata nell’agenda del Colle. Forse avverrà nei prossimi giorni, ma ieri sembrava davvero poco consigliabile, se non altro perché si sarebbe svolta nel disagio dei due interlocutori. Del Cavaliere, che nella febbrile conferenza stampa di sabato aveva riservato aspre bordate a Napolitano. E dello stesso capo dello Stato, che certo non può restare indifferente rispetto a nuove invettive contro la magistratura, contro le regole costituzionali e, in definitiva, contro il sistema.

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