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Mutui, niente aiuti a chi si licenzia

L’aiuto alle famiglie per pagare i mutui non va a chi si è licenziato o pensionato o è moroso. La spending review colpisce il fondo di solidarietà, istituito con la finanziaria per il 2008 (legge 244/2007) e restringe il varco di accesso al beneficio.

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale (n. 86 del 12 aprile) il decreto n. 37/2013 del Mef, Ministero Economia e Finanze, che ha corretto il precedente provvedimento attuativo della Finanziaria 2008, relativo al fondo di solidarietà, che riparte dal 27 aprile 2013.

Il beneficio di cui parliamo è la possibilità, per i contratti di mutuo riferiti all’acquisto della abitazione principale del mutuatario, di chiedere la sospensione del pagamento delle rate del mutuo, con allungamento della durata del contratto.

Al termine della sospensione, il pagamento delle rate riprende secondo gli importi e con la periodicità originariamente previsti dal contratto, salva rinegoziazione delle condizioni del contratto.

La sospensione non comporta l’applicazione di alcuna commissione o spesa di istruttoria ed avviene senza richiesta di garanzie aggiuntive.

La normativa di riferimento è stata modificata dalla legge 92/2012 e di conseguenza, ora, le modifiche sono recepite anche nel decreto attuativo.

La strettoia riguarda i requisiti per ottenere l’aiuto. Nella versione riveduta e corretta è stato modificato l’elenco dei motivi da cui dipende l’impossibilità di pagare il mutuo e, quindi, la possibilità di ottenere l’agevolazione.

Questi motivi, specifica il nuovo decreto, devono riguardare la persona del beneficiario, devono essere intervenuti successivamente alla stipula del contratto di mutuo e, si aggiunge ora, devono essersi verificati nei tre anni antecedenti alla richiesta di ammissione al beneficio.

Mentre nella prima versione si parlava genericamente di «perdita del posto di lavoro dipendente», il decreto correttivo è più preciso nel dettagliare che non valgono le le ipotesi di risoluzione consensuale, di risoluzione per limiti di età con diritto a pensione di vecchiaia o di anzianità, di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo, di dimissioni del lavoratore non per giusta causa, con attualità dello stato di disoccupazione.

In sostanza chi si è licenziato, chi è andato in pensione oppure chi è stato licenziato non possono aspirare a ricevere alcunché.

Va aggiunto, però, che un’altra modifica sgombera il campo da una possibile lettura restrittiva e ammette al beneficio anche chi ha subito la cessazione dei rapporti di lavoro di cui all’articolo 409, n. 3) del codice di procedura civile, e cioè gli agenti, i rappresentanti di commercio e gli altri prestatori di collaborazione coordinata e continuativa.

Anche per queste persone, però, non sono compresi casi di cessazione volontaria dal rapporto di lavoro, e sono escluse, quindi, le ipotesi di risoluzione consensuale, di recesso datoriale per giusta causa, di recesso del lavoratore non per giusta causa, con attualità dello stato di disoccupazione.

Un altro caso che legittima il conseguimento dell’agevolazione è l’evento morte o la insorgenza di condizioni di non autosufficienza del componente del nucleo familiare.

Mentre nella prima versione non si specificava il livello della menomazione, nella versione modificata si restringe il campo alle ipotesi di riconoscimento di handicap grave, o di invalidità civile non inferiore all’80 per cento.

Non sono più previste, nel decreto in questione, come circostanze che legittimavano l’accesso al fondo di solidarietà: il pagamento di spese mediche o di assistenza domiciliare documentate per un importo non inferiore a 5 mila euro annui; le spese di manutenzione straordinaria, di ristrutturazione o di adeguamento funzionale dell’immobile oggetto del mutuo, sostenute per opere necessarie e indifferibili per un importo, direttamente gravante sul nucleo familiare domiciliato nell’abitazione del beneficiario, non inferiore a 5 mila euro; aumento della rata del mutuo, regolato a tasso variabile, rispetto alla scadenza immediatamente precedente, direttamente derivante dalle fluttuazioni dei tassi di interesse, di almeno il 25 per cento in caso di rate semestrali e di almeno il 20 per cento in caso di rate mensili.

Significativo è anche l’inserimento di cause che impediscono l’accesso la beneficio. Il decreto correttivo prevede che la sospensione del pagamento delle rate di mutuo non può essere richiesta per i mutui che presentano un ritardo nei pagamenti superiore a novanta giorni consecutivi al momento della presentazione della domanda da parte del mutuatario, oppure per i quali sia intervenuta la decadenza dal beneficio del termine o la risoluzione del contratto stesso, anche tramite notifica dell’atto di precetto, o sia stata avviata da terzi una procedura esecutiva sull’immobile ipotecato.

Altre due ipotesi in cui non si può fruire della sospensione sono: la fruizione di agevolazioni pubbliche e i mutui per i quali sia stata stipulata un’assicurazione a copertura del rischio che si verifichino gli eventi che danno adito all’agevolazione, purchè tale assicurazione garantisca il rimborso almeno degli importi delle rate oggetto della sospensione e sia efficace nel periodo di sospensione.

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