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Mustier: «UniCredit sarà indipendente»

A due giorni dall’ultimo atto dell’aumento di capitale, concluso lunedì con il collocamento delle briciole dell’inoptato, si cominciano a fare i conti sul nuovo azionariato di UniCredit. La fotografia si avrà solo a metà aprile con l’assemblea, ma intanto spuntano le prime posizioni forti come Capital Research, che secondo le indiscrezioni di La Stampa avrebbe arrotondato all’8%; accanto, secondo quanto risulta a Il Sole, avrebbero significativamente incrementato la propria esposizione anche BlackRock, Wellington asset management e Marshall Wace: la taglia dell’operazione, d’altronde, era da grandi istituzionali, più che da Fondazioni (diluite intorno al 6-7%) o da risparmiatori, con la quota in mano al retail che verosimilmente si troverà assottigliata al 20%. Sempre più mercato, dunque, un’evoluzione che – ovviamente – piace al mercato stesso dove ieri il titolo ha guadagnato un altro 4,27% a 13,19 euro.
Il tutto basta e avanza al ceo, Jean Pierre Mustier, per dichiarare che «Unicredit rimarrà indipendente», che «non c’è alcuna volontà di evolverci verso un dna francese» (leggi SocGen, dato per possibile approdo finale da alcuni osservatori). Anzi, «il futuro del gruppo è molto luminoso per i suoi clienti, per i suoi azionisti e per i suoi dipendenti», ha dichiarato ancora il manager francese. Messaggi solo apparentemente di forma, i suoi. Mustier parla poco e non ama la retorica, dunque se ieri ha deciso di presenziare alla convention della Fabi per la sua prima uscita dopo il successo dell’aumento, più di un motivo c’era. Incassati i 13 miliardi, ora la Borsa si chiede quali siano le prossime mosse di una banca che capitalizza quasi 30 miliardi e ha nei fatti scardinato il mercato italiano degli Npl, vista l’operazione da 17,7 miliardi in corso; per ora, ha fatto intendere ieri Mustier, in Piazza Gae Aulenti ci si limiterà ad applicare il piano industriale: «L’unica pressione che ho da me stesso, dopo l’aumento di capitale, è che ora bisogna fare l’esecuzione operativa».
Nel giorno in cui Alessandro Profumo, ai microfoni di Radio 24, ha detto che oggi non rifarebbe l’acquisizione di Capitalia «perché ha portato nel gruppo certamente una serie di problemi», davati alla platea della Fabi Mustier ha potuto dichiarare che «la banca ha voltato pagina» e che «ha chiaramente un futuro italiano». E va forse letta in quest’ottica anche la battuta su Generali, dopo la rinuncia di Intesa Sanpaolo a procedere con un’offerta: «L’esito penso sia il migliore per il Paese». In effetti, «prima che tutto iniziasse – ha fatto notare – avevo già detto che per l’Italia è molto importante avere una compagnia assicurativa quotata indipendente e internazionale»; comprensibile che lo status quo, con UniCredit primo azionista di Mediobanca, che a sua volta è primo socio di Generali, vada più che bene a Piazza Gae Aulenti, dove in futuro si potrebbe studiare qualche possibile progetto comune, almeno a livello industriale.
E a proposito di combinazioni industriali, ieri nel ripercorrere quanto fatto finora Mustier ha parlato anche di Pioneer e della cessione ad Amundi. «È stata vista come esternazionalizzazione ai francesi, però non è proprio così», osserva spiegando che «Pioneer è un grande asset e la sua gestione è ottima, ma non ha la giusta dimensione: è troppo grande per i clienti individuali ed è troppo piccola per gli istituzionali. La combinazione di Pioneer con Amundi da quella massa critica su cui lavorare». Tra l’altro, ha ricordato Mustier, «Pioneer-Amundi è il primo esempio positivo (e per ora forse l’unico, ndr) delle conseguenze per l’Italia della Brexit» con «300 posti di lavoro in più a Milano per la gestione dell’asset management».

Marco Ferrando

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