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Musk twitta e il bitcoin decolla Sfida green nelle criptomonete

Twitter, Elon Musk e criptovalute. Un mix che, in attesa di un qualche intervento delle authority Usa (al Cme di Chicago sono scambiati derivati sul bitcoin), resta esplosivo. Lo scorso week end il visionario (e contestato) imprenditore ha per l’ennesima volta “cinguettato” sulla cryptocurrency regina. Il risultato? Il bitcoin, nella giornata di ieri, è arrivato a guadagnare oltre il 14%, tornando nell’intraday sopra i 40.000 dollari. Un balzo notevole che però, confermandone l’erraticità, ha mantenuto il criptoasset lontano dai massimi di metà aprile (oltre 64.000 dollari). Il rinnovato entusiasmo, a ben vedere, è stato causato dalla nuova apertura di Tesla rispetto alla cryptocurrency. Musk, replicando alla miliardaria sudafricana Magda Wierzycka, da un lato ha indicato che la società ha venduto solo il 10% dei bitcoin senza, a suo dire, muovere le quotazioni; e, dall’altro, ha sottolineato che il “car maker” accetterà di nuovo la criptomoneta come mezzo di pagamento. Quando? Nel momento in cui i validatori delle transazioni (“miners”) useranno almeno il 50% di energie rinnovabili. Insomma: con un solo “cinguettio” il patron di Tesla ha toccato un duplice argomento caro agli investitori. In primis quello del continuare a credere al bitcoin quale asset per diversificare la tesoreria aziendale. E, poi, quello della sostenibilità ambientale della criptovaluta.

Ambiente e mining

Già, la tutela dell’ambiente. Il tema, va ricordato, non è nuovo per Musk. Il 12 maggio scorso in un tweet (che strano!) l’impreditore aveva detto che, proprio a causa dei consumi energetici, la sua azienda di auto elettriche non avrebbe più considerato il bitcoin un mezzo di pagamento. In molti, in quell’occasione, avevano sottolineato che in realtà si trattava di una scusa. Tesla aveva toccato con mano quanto il bitcoin, a causa dell’eccessiva volatilità e della lentezza nella validazione delle transazioni (2-7 al secondo), sia inefficiente come “way of payment”.

Ciò detto è innegabile che il problema della sostenibilità ambientale esiste. Secondo il Cambridge center for alternative finance, ad oggi, il consumo annuale di energia del bitcoin è intorno ai 97 TeraWattOra. Un valore superiore a quello dell’intera Finlandia (84,2 Twh) e non di molto inferiore a quello dell’Olanda (110 Twh). A fronte di simili numeri, e tenendo conto dell’ampio uso di energia fossile, il tema dell’inquinamento non è trascurabile. «La questione -spiega Christian Miccoli, co-fondatore di Conio- è connessa alla struttura del sistema decentralizzato di validazione delle transazioni (proof of work, ndr)». Cioè? «Questo, oltre che con le commissioni proposte da chi fa le transazioni stesse, viene ricompensato attraverso nuovi bitcoin». Criptovalute date «a quei computer minatori che per primi risolvono difficili calcoli matematici». Ebbene questi problemi, diventando sempre più complessi, «richiedono elevata potenza computazionale e, quindi, energia». Sennonché la situazione, rispetto all’inquinamento delle criprovalute, è più articolata. La stessa Università di Cambridge sottolinea che, a livello globale, i Watt usati dai “minatori” in media arrivano per il 39% da fonti rinnovabili. In Europa (70%) e Nord America (66%) la quota è maggiore. Cala, invece, in Asia/Pacifico (25%). Qui, però, la parte del leone è recitata da quella Cina (primo Paese al mondo per mining) che, da una parte, ha duramente vietato l’uso di criptovalute; e, dall’altra, vede una sua regione (la Mongolia, residenza di molti “miner”) pronta al foglio di via per i minatori stessi. Insomma: la politica di Pechino potrebbe contribuire al rialzo dell’uso delle renewables (e a soddisfare, forse, il volubile Musk).

Altre soluzioni

Ma non è solo una questione di mining del bitcoin. Il mondo delle criptovalute, che necessita una regolamentazione globale al fine di evitare abusi e arbitraggi normativi, è composto da tantissimi criptoasset. Tra i più noti c’è Ethereum il quale, rispetto alla market cap complessiva delle cryptocurrency, vale circa il 18% (44% per il bitcoin). Ebbene Ethereum ha indicato di volere passare, anche per risolvere il problema ambientale, dal “proof of work” al “proof of stake”. Cioè: un sistema di validazione delle transazioni che non si basa sulla competizione nel risolvere problemi matematici. I validatori infatti sono selezionati, unitamente ad altre condizioni, tra coloro che consegnano in pegno dei criptoasset (stake). Così il meccanismo richiede minori consumi energetici. Quei più bassi consumi ricercati anche da altre blockchain basate, ad esempio, sui cosiddetti sistemi “Verifiable random”.

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