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I musei d’impresa italiani, una risorsa da valorizzare

A lcuni esempi: il Museo del Cappello Borsalino di Alessandria e la Galleria Campari di Sesto San Giovanni; la Casa Martini di Pessione e la Fondazione Pirelli di Milano; il museo della plastica Plart di Napoli e quello sul tessile di Busto Arsizio; quello sulla Birra Peroni di Roma e quello della Kartell di Noviglio; quello sulla macchina del caffè di Binasco e quello sulla liquirizia Amarelli di Rossano; quello della Ferrari di Modena e Maranello e quello della Perugina di Perugia; quello sulle motociclette di Tradate e quello sul cavallo giocattolo di Grandate; quello sull’Alfa Romeo di Arese e quello sulla Ducati di Borgo Panigale; la Zucchi Collection di Milano e l’Officina Profumo Farmaceutica di Firenze; la Collezione Maramotti di Reggio Emilia e il Museo Ferragamo di Firenze. Senza dimenticare i musei sul web, come il Valentino Garavani e il Magneti Marelli.

Sono, questi, alcuni tra i più importanti musei d’impresa italiani. Rappresentano un’unicità a livello internazionale. Disseminati sul territorio nazionale (soprattutto al Nord), per iniziativa di aziende più o meno grandi, sono dedicati a diversi settori del made in Italy : cibo, design, moda, motori, editoria, artigianato. Sono strutture espositive legate indissolubilmente a un determinato marchio, perché vi appartengono o ne sono finanziate o perché narrano le storia di quel marchio e dei suoi prodotti. Non vanno giudicate come piccole gallerie nelle quali un’azienda consacra se stessa, proponendo il défilé delle sue eccellenze. Nella maggior parte si tratta dei casi di autentici micromusei, le cui «azioni» sono sorrette dal rispetto di precise strategie di marketing : innanzitutto vogliono potenziare la reputazione del brand image e a consolidare i legami con i contesti che li ospitano.

Rappresentano, inoltre, gli spazi ideali dove si compie una sorta di «pacificazione» tra produttore e consumatore. Attraverso questi musei, un’impresa non vuole vendere qualcosa a un cliente, ma intende raccontare se stessa. Mira a portarsi al di là della celebrazione dei suoi interessi privati, per trasformare le sue «esperienze» in momenti della memoria collettiva. Tra i tratti comuni: la forte attenzione assegnata allo storytelling , come rivela il ricorso ad allestimenti seduttivi e coinvolgenti. Tra i limiti di queste realtà piuttosto eccentriche: una certa approssimazione nelle metodologie archivistiche adottate; una qualche debolezza sul piano curatoriale nei criteri utilizzati per progettare esposizioni e mostre; spesso la mancanza di figure indispensabili come quelle di conservatori, mediatori culturali; il ricorso a direttori non sempre attrezzati dal punti di vista storico-critico; infine una paradossale ingenuità sul fronte comunicativo e autopromozionale.

Nonostante queste «genericità», i musei d’impresa possono diventare una straordinaria risorsa per il nostro Paese. Espressione del felice intreccio tra industria, creatività e territori, attrattivi per i pellegrini del nascente fenomeno del turismo industriale, devono essere considerati come elementi significativi in quella fitta punteggiatura di rivelazioni che è il nostro sterminato patrimonio artistico-culturale. Attendono di essere iscritti all’interno della ricca rete di cui fanno parte anche i musei tradizionali, quelli d’arte contemporanea e le fondazioni impegnate a documentare le traiettorie delle tendenze odierne. Diversamente da Brera, dagli Uffizi o da Capodimonte, questi micromusei non hanno bisogno di risorse economico-finanziarie. Ma chiedono di essere ascoltati e valorizzati da istituzioni come il ministero dei Beni culturali, oggi molto (forse troppo) attive, ma talvolta impegnate soprattutto a misurarsi con situazioni e con gesti di immediato impatto mediatico.

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