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Muro contro muro sul debito Usa

di Marco Valsania

Due piani, uno democratico l'altro repubblicano, in corsa per una sola scadenza. I negoziati per evitare un default sul debito il 2 agosto e avviare la riduzione del deficit sono rimasti orfani di un compromesso nonostante si siano moltiplicate le preoccupazioni, espresse ieri anche da grandi investitori e da Fmi.

Nei due partiti sono per ora affiorati progetti contrapposti: Harry Reid, il leader democratico del Senato, ha discusso con il presidente Barack Obama un innalzamento del tetto dell'indebitamento di 2.400 miliardi affiancato da 2.700 miliardi in tagli di spesa in dieci anni. Senza riduzioni dell'assistenza sanitaria e delle pensioni, senza nuove tasse, ma con mille miliardi in risparmi dalla guerra in Afghanistan. Ma i repubblicani hanno denunciato le cifre come del tutto illusorie e lo speaker della Camera, John Boehner, ha proposto di alzare invece subito di soli mille miliardi il tetto del debito in cambio di 1.200 miliardi in tagli di spesa. Un secondo incremento scatterebbe il prossimo gennaio se una commissione parlamentare identificherà ulteriori tagli per duemila miliardi. Questa volta è stata la Casa Bianca a opporsi: Obama ha minacciato il veto su qualunque ipotesi che non elevi subito il tetto del debito di una cifra sufficiente a traghettare il Paese oltre le elezioni di fine 2012, e in un discorso in diretta tv (le 3 di notte in Italia) ha lanciato un appello per un accordo in tempi rapidi.

I tentativi di rassicurare i mercati non sono mancati. Il segretario di Stato Hillary Clinton ha parlato a Hong King, affermando che l'economia del Paese è solida e un'intesa sul debito verrà trovata. Mentre il segretario al Tesoro Timothy Geithner ha definito un default «impensabile». I tempi per un default tecnico, stando ai calcoli di alcune banche, potrebbero slittare di qualche giorno: Ubs ha indicato che il Tesoro potrebbe far fronte ai suoi obblighi forse fino al 10 agosto. Ma è stata la stessa amministrazione a stabilire la data del 2 agosto quale termine massimo e ritardi potrebbero diventare rischiosi nel clima di tensione.

L'interrogativo resta fino a quando i mercati avranno pazienza. Nelle ultime ore l'Fmi ha fatto sapere che una perdita di fiducia sul debito del Paese avrebbe «conseguenze vaste e universalmente negative». Il timore è quello di un «deterioramento delle condizioni finanziarie globali». Gli hanno fatto eco investitori del calibro di Mohamed El-Erian: l'amministratore delegato di Pimco (il più grande fondo obbligazionario al mondo) ha definito un «grande pasticcio» un eventuale default, con ondate di vendita su Borse, dollaro e commodities. Al Wall Street Journal ha inoltre messo in chiaro il crescente pericolo di un declassamento del rating statunitense anche in caso d'un accordo d'emergenza per cui «si sta preparando il terreno». E Jim Rogers, che fu co-fondatore del Quantum Fund con George Soros, ha aggiunto che la Tripla A, il voto massimo sul debito, sarebbe ormai persa.

Washington, però, ieri si è limitata a essere teatro di scambi di accuse tra frenetici incontri. Eric Cantor, capogruppo repubblicano alla Camera, ha tacciato di manovra puramente elettorale la minaccia di veto avanzata da Obama su una soluzione parziale per il debito. I democratici hanno detto altrettanto dei rivali: alzando di poco il limite sul debito vorrebbero che la crisi rimanesse aperta durante la campagna presidenziale.

 

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