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Multona Antitrust agli avvocati

L’Antitrust infligge una sanzione di oltre mezzo milione di euro al Consiglio nazionale forense per condotte restrittive della concorrenza: il Cnf ha ipotizzato infatti la richiesta di compensi inferiori ai minimi tariffari quale illecito disciplinare, oltre ad aver limitato l’uso di un canale promozionale testo a decantare la convenienza della prestazione professionale.
Ad ottobre 2014 addirittura la sanzione inflitta era di quasi 1 milione di euro. Ora, dopo il ricorso amministrativo, è stata quasi dimezzata. Ma vediamo i passaggi giuridici della vicenda.

Con il provvedimento citato di ottobre, l’Antitrust ha accertato che il Cnf ha posto in essere un’intesa continuata, restrittiva della concorrenza, tramite l’adozione di due decisioni volte a limitare l’autonomia dei professionisti rispetto al loro comportamento economico sul mercato, ipotizzando quale illecito disciplinare la richiesta di compensi inferiori ai minimi tariffari (con la circolare n. 22-C/2006) e limitando l’utilizzo di una canale promozionale (AmicaCard) attraverso il quale si evidenziava anche la convenienza economica della prestazione professionale (parere n. 48/2012). La sanzione a suo tempo prevista era di 912 mila euro.

Il Tar Lazio a luglio 2015 ha parzialmente accolto il ricorso presentato dal Cnf avverso tale provvedimento poiché non ha condiviso il ragionamento dell’autorità antitrust secondo cui la ripubblicazione della circolare n. 22-C/2006 sul sito internet non rappresenta la volontà anticoncorrenziale del Cnf di reintrodurre «l’obbligatorietà dei minimi tariffari, pena la sottoposizione a procedimenti disciplinare e la comminazione di sanzioni per i professionisti che dovessero discostarsi dai minimi individuati nelle (abrogate) tariffe ministeriali».

Conseguentemente il Tar del Lazio ha affermato che «il quantum della sanzione deve essere rivisto» e ha rimesso all’Autorità la rideterminazione del nuovo ammontare della sanzione tenendo conto che nel calcolo della vecchia sanzione ( 912.536,40) ha inciso, oltre alla gravità anche la durata dell’infrazione, anche il parere adottato l’11 luglio 2012.

In altri termini il Tar ha affermato che «non ritiene condivisibile l’assunto dell’Agcm secondo cui aver ripubblicato la circolare n. 22-C/2006 sul sito internet e nella banca dati rappresenta la volontà anticoncorrenziale del Cnf di reintrodurre – attraverso la sua riviviscenza – l’obbligatorietà dei minimi tariffari, pena la sottoposizione a procedimenti disciplinari e la comminazione di sanzioni per i professionisti che dovessero discostarsi dai minimi individuati nelle (abrogate) tariffe ministeriali». Il giudice amministrativo, invece, ha confermato l’accertamento condotto dall’Antitrust «per quanto riguarda la restrittività della concorrenza del parere n. 48/2012 in materia di utilizzo delle piattaforme digitali da parte dei professionisti per pubblicizzare, anche nella componente economica, le prestazioni professionali».

Quindi, alla luce di ciò e in funzione del fatto che il Cnf è l’organismo di rappresentanza dell’avvocatura italiana ed esercita la funzione giurisdizionale nei confronti dei soggetti vigilati, ed emana e aggiorna il codice deontologico forense i suoi provvedimenti ben potevano avere un forte peso anticoncorrenziale, l’antitrust tenendo conto sia della natura dell’infrazione – considerata «grave» – sia della durata dell’infrazione stessa, ha provveduto a ricalcolare l’importo definitivo rideterminandolo in euro 513 mila.

Adesso il Cnf deve trasmettere, entro 30 giorni dalla notificazione della nuova sanzione la prova dell’avvenuto pagamento attraverso l’invio di copia del simpaticissimo modello F24.

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