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Multinazionali, al G20 il piano Yellen per una tassazione minima globale

Gli Stati Uniti lanciano un’offensiva politica-diplomatica per fissare una tassa minima sugli utili aziendali. La proposta sarebbe quella di un’aliquota del 21% in tutto il mondo. La Segretaria al Tesoro, Janet Yellen, lo ha annunciato ieri, nel suo primo discorso pubblico.

I «colloqui» sono già cominciati con i Paesi del G20, di cui fanno parte, tra gli altri, Cina, India, Brasile, Arabia Saudita, Argentina: «Stiamo lavorando per un accordo su una imposta minima globale, in modo da evitare la competizione al ribasso». In realtà il negoziato internazionale era già iniziato con un centinaio di Stati in ambito Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Ma l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca e poi la pandemia avevano bloccato tutto.

Ora ci riprova Yellen: «La competizione internazionale è ormai qualcosa di più della capacità delle società con base negli Stati Uniti di reggere il passo di altre aziende nelle fusioni o nelle acquisizioni. La competizione riguarda la possibilità che i governi abbiano sistemi fiscali stabili, in modo che possano recuperare le risorse necessarie per investire nel bene pubblico e nel rispondere in modo efficace alle crisi».

L’ex presidente della Federal Reserve ha ideato lo schema fiscale che dovrebbe coprire gran parte dei 2.300 miliardi di dollari in spese e investimenti contenuti nell’«American Jobs Plan», presentato da Joe Biden, mercoledì 31 marzo. In particolare il governo vuole aumentare dal 21 al 28% la «corporate tax», l’imposta sugli utili aziendali. E’ un deciso cambio di rotta. Nel 2017 Donald Trump aveva ridotto il prelievo dal 35 al 21%. Yellen e gli economisti della Casa Bianca hanno però davanti una serie di studi da cui risulta come le prime 91 società sulle prime 500 elencate da “Fortune” nel 2018 abbiano versato zero imposte alle casse federali. Biden aveva chiamato in causa Amazon. Ma nella lista ci sono anche aziende come Delta, Chevron, Netflix, Starbucks, Halliburton.

L’Amministrazione, quindi, si propone di abolire le facilitazioni per le grandi imprese disseminate nel «Tax Code». Ma non è sufficiente. Molte, troppe multinazionali americane hanno spostato la contabilità nei paradisi fiscali oppure in Stati dove l’aliquota fiscale è inferiore a quella applicata negli Stati Uniti. Il Tesoro è disponibile a tassare al 21% i guadagni aziendali ottenuti all’estero, ma nello stesso tempo vuole eliminare o almeno attenuare il «dumping tributario» adottato da diversi Paesi nel mondo. L’idea degli americani, dunque, sarebbe di fissare un’aliquota minima internazionale proprio intorno al 21%. Una proposta che, tra gli altri, mette in difficoltà l’Unione europea dove ci sono Stati, come Irlanda, Ungheria e Cipro, nettamente al di sotto di questa soglia. Per non parlare della lunga lista di «paradisi fiscali».

La numero uno del Tesoro offre cooperazione al resto del mondo: «Negli ultimi quattro anni — ha sostenuto — abbiamo visto che cosa succede quando l’America si ritira dal palcoscenico globale. “America First” non può significare “America da sola”».

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