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Mts è il pretesto, nella fusione pesa più Brexit

Si scrive Mts, ma si legge Brexit ? Il dubbio è legittimo nell’incredibile avvitarsi di un deal che il destino ha complicato oltre ogni previsione, gettando sul cammino di Xavier Rolet e Carsten Kengeter, ceo di Lse Group e Deutsche Borse, l’impennata politica di un popolo incerto sul destino di sé stesso. Il no all’Europa espresso il 23 giugno dal 52% dei votanti britannici al referendum sulla Ue rinazionalizza il dibattito sulla volontà degli stock exchanges anglo-italiano e tedesco di unirsi in un sodalizio societario che è già fallito, due volte almeno, negli ultimi tre lustri. Per questo il sospetto che il caso Mts possa essere solo l’epifenomeno, se non addirittura la scusa, di un collasso strutturale dell’intesa determinato da considerazioni di opportunità geopolitica più che geofinanziaria ha qualche ragione di esistere.
L’annuncio diffuso dal London stock exchange group nella notte fra domenica e lunedì con il no alla vendita della piattaforma italiana sollecitato dalla Commissione europea appare ultimativo abbastanza per far temere che l’intesa non possa davvero andare oltre. La volontà di rispettare gli stakeholder – e quindi anche i regolatori italiani – è un punto incontestabile della querelle fra Lse e Bruxelles, ma la nebbia fitta scesa sulla fusione non si può leggere senza tenere conto del crescente malessere di ambienti tedeschi e britannici insospettiti dalla combinazione di asset che, da sempre, fanno battere il cuore dei patrioti. È il caso dell’eurofobo deputato Tory Bill Cash. «La Brexit ha cambiato tutto. Appare inaccettabile – ha detto – che lasciata l’Unione europea il nostro listino possa essere gestito dalla Germania». Tanto quanto quello italiano (Borsa è parte di Lse group) da una Londra divenuta extracomunutaria, ne è l’ovvia, conseguente considerazione, ma tant’è, la visione degli euroscettici è storicamente a senso unico.
Obiezioni analoghe arrivano anche dall’Assia i cui regolatori dovranno esaminare l’intesa qualora dovesse superare il vaglio della Commissione Ue. L’idea che dopo la separazione anglo-europea il quartiere generale della neonata società possa essere a Londra come previsto dall’intesa originaria dei due boards è visto, nell’era post-Brexit, con freddezza in Germania. Ancor più oggi, quando sul ceo prescelto per la società prossima ventura – Caspar Kengeter di Deutsche – pesano i sospetti di insider trading che il manager si dice, tuttavia, pronto a dissipare.
Che questo matrimonio sia da fare è sempre stato convinto Xavier Rolet il banchiere francese che alla fine del deal lascerebbe il gruppo per nuove avventure, magari non necessariamente finanziarie. È sempre stato strenuo assertore delle fusioni fra listini per dare a Lse una dimensione globale analoga a quella dei grandi stock exchanges nordamericani. Epica fu la battaglia per il merger fra Lse e il Tmx canadese orchestrata da Rolet. Finì in niente, ma l’energia per nuove operazioni è sempre riemersa nella convinzione che solo il consolidamento garantisca la massa critica necessaria per competere con successo nell’Atlantico e nel Pacifico. E così – volendo dare una lettura strettamente politica a quanto sta accadendo – chi, con tanto anticipo, s’è convinto di un imminente flop Lse-Deutsche pensa a futuri mergers transatlantici in linea con la very special relationship che il premier britannico Theresa May sta avviando con il presidente Donald Trump. Bloomberg considera Lse-Ice il possibile futuro capitolo di una storia in pieno divenire.
Lse-Deutsche incrocia un cammino assai più prosaico dello scontro politico: quello dei soldi. La fusione non si può leggere in chiave del tutto autonoma dalle vere urgenze che la Brexit impone alla City. A cominciare dal destino del clearing, un mercato globale da centinaia di migliaia di miliardi di dollari di cui Londra è capitale assoluta e in particolare per la quota di derivati denominati in euro. London stock exchange è il player più grande in assoluto, ma teme che nel corso delle trattative sulla Brexit l’Unione europea imponga di riportare nell’eurozona il clearing nella divisa comune come da sempre vuole la Bce. Per la capitale finanziaria del Vecchio Continente sarebbe un colpo letale se è vero come sostiene una ricerca di Ernest Young per conto di Lse che l’espatrio delle attività di clearing provocherebbe l’emorragia di 230mila posti di lavoro nella City.

Leonardo Maisano

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