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Mr. Facebook attacca Obama “Sul datagate non c’è trasparenza”

NEW YORK — «Mark Zuckerberg goes to Washington» scrive Forbes nella sua edizione on line e il titolo fotografa l’eccezionalità del viaggio di “Mister Facebook” nella capitale americana, dove non va da tre anni, dove non si è mai fatto vedere spesso e ancor meno volentieri. Ma adesso la situazione è cambiata, la politica non è più un tabù e i problemi da risolvere richiedono un intervento in prima persona. A partire da Prism, il programma di raccolta dati dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, che – dopo le rivelazioni di Edward Snowden – ha provocato una valanga di polemiche.
Sotto la quale è finito anche il più famoso social network, colpevole di “collusione con il governo”. Accusa che Zuckerberg respinge e anzi gira contro Obama: «Penso che la Casa Bianca abbia commesso molti errori in questa vicenda, a partire dalla comunicazione. La trasparenza è fondamentale, altrimenti si alimentano le paure delle persone, che si sono sentite come dentro un Grande Fratello. Bisognava essere chiari sin da subito su quali e soprattutto su quanti dati sono state messe le mani. Poi, quando è stato detto che venivano spiati solo i non americani è
stato un altro sbaglio clamoroso: Internet è un mercato internazionale », dice in un incontro pubblico al Newseum organizzato dalla rivista
The Atlantic.
Zuckerberg, la settimana scorsa, ha depositato una petizione legale, insieme ad altri manager della Silicon Valley, per spingere il Foreign Intelligence Surveillance Court, il tribunale speciale, ad autorizzare le società coinvolte a rivelare la natura della loro collaborazione. Un’altra mossa per recuperare il calo di popolarità degli ultimi mesi. Molti analisti infatti osservano quanto sia ancora poco chiaro il rapporto tra l’intelligence e i giganti del web, che a loro volta si sono dovuti spesso difendere per le ripetute violazioni della privacy: «Noi abbiamo fatto di tutto per proteggere i nostri clienti, ma è innegabile che tutto questo ci abbia danneggiato e abbia minato la nostra credibilità. Per questo dobbiamo cambiare strategia: la fiducia è la nostra moneta pregiata».
Il viaggio a Washington è anche la conferma della trasformazione del ragazzo in felpa nera (indossata anche per l’occasione), come ammette lui stesso: «Noi che lavoriamo nell’hi-tech abbiamo per troppo tempo considerato la politica come una cosa inutile di cui non occuparsi. Ma adesso dobbiamo sporcarci le mani e darci da fare per rendere il mondo migliore. C’è troppo cinismo, è facile accusare i senatori di non far niente, ma non è corretto, si impegnano nelle loro attività come tutti noi: dobbiamo aiutarli. Certo, ci sono delle difficoltà ma io sono ottimista, altrimenti non avrei creato cose pazze ».
Al primo posto della sua fondazione (o lobby, come dicono i critici), Fwd.Us, c’è la riforma per l’immigrazione, giudicata utile per l’economia oltre che giusta socialmente: «Ci sono undici milioni di persone che lavorano nel nostro Paese che non hanno i nostri stessi diritti: è sbagliato. Ci sono poi giovani talenti che non riescono a venire in America per le regole troppo restrittive: questi ragazzi darebbero nuove energie al sistema». Così, per spingere la legge bloccata al Congresso ecco gli incontri con il leader dei repubblicani John Boehner e con la democratica Nancy Pelosi. Una strategia bipartisan che Zuckerberg rivendica: «Non voglio essere arruolato in questo o quel partito: mi interessa solo dare il mio contributo».
La conclusione è il sogno per il futuro, con il progetto Internet.org per connettere miliardi di persone nei paesi in via di sviluppo: «Vorrei che Facebook diventasse come le compagnie elettriche di una volta: qualcosa di utile per la gente, qualcosa che renda la vita di tutti migliore». E soprattutto più grande il suo conto corrente, come scherzano (ma non troppo) sui blog commentatori irriverenti.

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