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Mps, il virus cambia i piani del Tesoro: tempi lunghi per uscire

La crisi del Coronavirus investe in pieno anche il dossier Monte dei Paschi, che alla prossima assemblea del 18 maggio ufficializzerà la fine dell’era Morelli, ceo dal 2016, con l’atteso passaggio del testimone all’ex ad di Carige Guido Bastianini, che troverà alla presidenza Patrizia Grieco, in arrivo dall’Enel.

I nuovi vertici si troveranno uno scenario aperto, molto più del previsto. Perché l’emergenza economica non si limita ad allungare il calendario dell’uscita del Tesoro da Rocca Salimbeni, fissata al momento nel 2021. Ma rimette in discussione le stesse ipotesi costruite con fatica prima della pandemia. L’ultima puntata del negoziato fra Roma e Bruxelles, si ricorderà, si era concentrata sulle possibili modalità di cessione del pacchetto da circa 10 miliardi di crediti deteriorati ad Amco, la società del Tesoro che con la sua ragione sociale dedicata alla gestione degli Npl appare destinata ad avere un ruolo sempre più centrale nel mondo bancario. Da Bruxelles, a quanto filtra da Via XX Settembre, la risposta definitiva dell’Antitrust europeo, attesa per la metà di febbraio dopo una serie di proroghe informali, non è mai arrivata. Ma nel frattempo la questione ha cambiato veste. Perché l’operazione Npl era la premessa indispensabile per provare a rendere appetibile il Monte agli occhi di possibili acquirenti.

Al di là di rumors più o meno fondati, che di volta in volta hanno visto Ubi o Banco Bpm come possibili interessate all’acquisto, di reali manifestazioni d’interesse non s’è vista traccia. E ancora più difficilmente se ne vedranno ora da parte di un panorama del credito che deve affrontare la maxi-partita dei prestiti avviata dal decreto liquidità e in prospettiva preparare gli argini in vista di una nuova ondata di crediti deteriorati prodotti dalla crisi. La stessa Ubi è sotto Ops di Intesa Sanpaolo e solo con un colpo di prestigio potrebbe tornare in pista per Siena. Tra i possibili candidati c’è stato in effetti BancoBpm, il cui neopresidente Massimo Tononi è passato proprio da Siena nella fase pre-Morelli, ma è anche vero che in questo momento la banca guidata da Giuseppe Castagna sembra avere ben altre priorità.

Non solo. Da metà febbraio è cambiato il mondo. Con le due comunicazioni del 19 marzo e del 3 aprile la commissione Ue ha di fatto messo in archivio i capitoli centrali delle regole sugli aiuti di Stato. E in questi giorni Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia stanno trattando con l’esecutivo comunitario i meccanismi per avviare una sorta di ricapitalizzazione precauzionale per le aziende non bancarie, con l’obiettivo di aprire al Tesoro le porte del capitale di imprese considerate meritevoli di tutela dal rischio di shopping straniero ai prezzi stracciati dal crollo dei listini (si veda il servizio a pagina 2). L’aria insomma è quella delle nazionalizzazioni, per quanto temporanee, e va in direzione contraria rispetto agli obblighi di riprivatizzazioni previsti dall’accordo del lontanissimo 2016 su Mps.

Proprio questo aspetto potrebbe tornare a orientare su Siena quei progetti di Banca pubblica degli investimenti su cui si è favoleggiato senza troppo costrutto ai tempi del salva-Bari. La norma c’è, scritta appunto nel decreto sulla Popolare. La voglia politica anche, soprattutto fra i Cinquestelle che al Mef possono contare sulla viceministra Laura Castelli e sul sottosegretario Alessio Villarosa. È mancata, fin qui, una strada operativa da battere.

Toccherà al nuovo a.d. Guido Bastianini tenere il filo tra le istanze di Roma, Bruxelles e Francoforte. Il manager è stato scelto dal Tesoro – che controlla Mps al 68 per cento – per guidare la banca in una fase che si prospetta a dir poco sfidante. Dalla sua il banchiere toscano, 65 anni, porterà in dote l’esperienza maturata prima in Capitalia – poi confluita in UniCredit – dove è stato vice direttore generale e ha guadagnato anche la fiducia di Matteo Arpe. E poi alla Sator di Arpe, dove Bastianini è passato prima di andare in Banca Profilo, di cui stato prima vice e poi presidente. Ma anche il più passaggio in Carige, avvenuto nell’aprile 2016, potrebbe rivelarsi utile. Alla banca ligure il manager è arrivato su chiamata dell’allora socio di maggioranza Vittorio Malacalza con l’obiettivo di rilanciare l’istituto. Un progetto che per Bastianini doveva passare da un aumento di capitale da 450 milioni e da un deconsolidamento dei crediti deteriorati: il piano, che non trovò la condivisione dello stesso Malacalza (che non a caso sfiduciò lo stesso a.d.), era però supportato dalla Bce, interlocutore di peso che tornerà a essere di rilievo in prospettiva per Mps.

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