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Mps, via ad aumento e cessioni

Mps alzerà oggi il velo sul piano correttivo con cui intende coprire la carenza di capitale da 2,1 miliardi evidenziato dalla Bce. Nel tardo pomeriggio il cda si riunisce per definire l’operazione che dovrà poi essere approvata dall’Eurotower e realizzata nel giro di nove mesi. Sul tavolo, oltre all’aumento di capitale da 2,1 miliardi (ma la cifra potrebbe essere più alta), dovrebbe esserci la vendita dei freshes, la cessione di Consumit e di un pacchetto di crediti deteriorati. L’aumento di capitale dovrebbe permettere così il rimborso cash delle due rate residue di Monti bond, pari a 1,1 miliardi, anche se non è escluso che il rimborso avvenga anche prima del varo dell’aumento: in questa maniera – una volta escluso il rischio di nazionalizzazione – agli occhi degli investitori risulterebbe più appetibile la partecipazione all’operazione.
L’obiettivo è riportare il Cet 1 ratio oltre quel 5,5% che sottoposto allo stress test della Bce nello scenario avverso era sceso in territorio negativo. Anche per questo motivo nel corso del Cda di oggi si potrebbe anche ragionare sugli accantonamenti che la banca dovrà imputare a conto economico. Oltre agli 1,1 miliardi imposti da Bce nel corso della Credit file review (spesati per ora solo in minima parte), è possibile che la banca proceda a ulteriori rettifiche così da ripulire in maniera decisa il bilancio.
Una volta ricevuto l’ok da Bce, il cda dovrà convocare l’assemblea straordinaria a cui spetterà dare il via all’operazione: per questo motivo il mercato si attende che il varo dell’aumento scatti all’inizio dell’anno. Tuttavia non è escluso che possa slittare al secondo trimestre 2015, dopo l’approvazione del bilancio e in concomitanza con l’assemblea che dovrà rinnovare gli organi; al riguardo, si apprende da fonti vicine al dossier, le banche del consorzio di garanzia avrebbero chiesto chiarimenti rispetto al futuro del management attuale, con una chiara preferenza per la permanenza del ceo Fabrizio Viola e del presidente Alessandro Profumo.
Dopodichè si potrà ragionare su un eventuale progetto stand-alone, o vedere se la banca, come appare possibile, debba procedere comunque a una fusione. Certo è che una volta rimborsati i Monti bond e varato l’aumento, Mps diventerebbe più appetibile sul mercato. Ecco perché da tempo si accavallano rumors (e relative smentite) su un possibile interessamento da parte di qualche banca europea. Il nome più ricorrente è quello del Santander, che però ieri ha smorzato gli entusiasmi. «Non stiamo analizzando Mps» e «non abbiamo avuto contatti in merito a questo», ha detto il ceo Javier Marin. A chiamarsi fuori dalla mischia dei possibili interessati al “matrimonio” con Mps, come del resto già avvenuto nei giorni scorsi, è stato anche il management di Intesa Sanpaolo. «Quando sarà il momento e decideremo di fare nuovi passi per crescita esterna, saremo più interessati all’estero che all’Italia», ha detto Giovanni Bazoli, presidente del Cds di Intesa.
Già archiviata l’offerta da 10 miliardi dei cinesi di Nit Holdings (su cui Consob ha chiesto chiarimenti), chi pare deciso a sottoscrivere l’aumento è il patto del 9% composto da Fintech, Btg e Fondazione Mps. L’ente, azionista al 2,5%, ieri ha riunito la deputazione amministratrice e ha reclutato come advisor il Credito Fondiario: la società, attualmente impegnata anche nella ristrutturazione di Banca Marche (il dossier è in dirittura) ha messo a disposizione della Fondazione senese un team composto da Andrea Munari, Panfilo Tarantelli, Umberto Quadrino e Sergio Ascolani. Il Credito Fondiario dovrà assistere la Fondazione anzitutto nella scelta relativa all’aumento: aderire – previa autorizzazione del Mef – spendendo almeno 50 milioni oppure tirarsi indietro perdendone 100 e condannandosi alla diluizione. Ieri intanto, in una giornata in cui il titolo ha registrato un rialzo del 5,35% a 65 centesimi, Moody’s ha messo sotto osservazione per downgrade il rating Baa3 dei covered bond di Mps.

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