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Mps, vendita quote Fondazione in alto mare

MILANO — Il tempo scorre e la matassa senese non si scioglie. Domani finisce febbraio e con tutta probabilità la fondazione Mps non avrà ceduto il 31,5%, come s’era (informalmente) impegnata a fare il 27 gennaio dopo il summit a quattro con i vertici della banca, di Bankitalia e del Tesoro. Quelle rassicurazioni date a Ignazio Visco e al dirigente del Mef Alessandro Rivera finora sono sulla carta, e l’apprensione delle istituzioni cresce con il nervosismo dei banchieri senesi, che devono ripristinare l’aumento da 3 miliardi che rimborsa gli aiuti di Stato e vorrebbero farlo con la massima certezza degli assetti.
Oggi la fondazione riunirà la deputazione generale per un’informativa economico-finanziaria e la disamina delle responsabilità della vecchia gestione di Gabriello Mancini, che tra 2009 e 2012 ha falciato il patrimonio dell’ente da 5,5 miliardi a 673 milioni. È probabile che l’ente abbia venduto o venderà qualche azione Mps in Borsa, dato che il prezzo tiene i 18 centesimi (-0,39% ieri), allineandosi sopra la soglia del controllo (30%) e incassando di più. Però non spunta ancora il «compratore strategico» da tutti agognato, per rimettere in sicurezza l’ente e al contempo dare un futuro alla banca, che senza aumento dal 1° luglio vedrebbe il Tesoro entrare nel capitale con quota a due cifre. La presidente Antonella Mansi e l’advisor Lazard, si racconta in ambienti istituzionali, «continuano a mostrarsi molto sicuri di sé» e non parlano. A quel che si apprende, la loro trattativa con il fondo sovrano del Qatar è in salita: problemi di prezzo, poiché l’ente ha in carico il pacchetto Mps a 24 centesimi e vorrebbe starvi il più vicino possibile, anche per garantirsi un futuro (sul 5%) in banca dopo il rimborso del debito (340 milioni) e la diluizione di un aumento che non può seguire. In parallelo Mansi sarebbe in contatto con hedge fund anglosassoni, disponibili a pagare di più ma per natura meno strategici nell’approccio, con quel che può comportare ai fini autorizzativi sulla terza banca del paese. Una decina di giorni fa l’ente ha perso il treno della “cordata delle fondazioni”, sul quale fin dalla prima ora Mansi è stata poco incline a salire. Anche qui non ci si è trovati sul prezzo: l’offerta, mai formalizzata, era sui 14 centesimi. E dopo due mesi di preamboli i sodali privati (tra cui il fondo messicano Fintech e il fondo Algebris), chiamati a mettere oltre metà del miliardo stimato, avrebbero puntato gli occhi altrove salutando Cariplo e le altre fondazioni.
Nello stallo delle trattative, si affinano le iniziative legali. Monta l’iniziativa del cda di Mps in linea con quanto annunciato a valle dell’ultima assemblea (dopo che la fondazione fece rinviare da febbraio a «dopo il 12 maggio» la ricapitalizzazione), su «eventuali effetti dannosi derivanti dall’assunzione della delibera assembleare del 28 dicembre». Giorni fa della questione è stato investito il Comitato Parti Correlate, che «nella sua autonomia, e come nella migliore prassi», ha chiesto un parere esterno al legale Alberto Santa Maria. L’11 marzo il cda potrebbe discuterne insieme al bilancio 2013, che sembra andato peggio del previsto con un rosso stimato di almeno un miliardo, e alla nuova lettera del pool garante dell’aumento. Ma se entro l’11 la fondazione Mps non avrà passato la mano i passi del presidente Alessandro Profumo e dell’ad Fabrizio Viola potrebbero farsi incerti.

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