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«Se Mps in vendita, management non coinvolto»

Il Monte dei Paschi acquistato da Unicredit? «Se il Ministero dell’Economia (ha il 68% del capitale, Ndr) decide, se e quando, di vendere la banca è una trattativa in cui il management non è coinvolto. Non ho opinioni al riguardo». Nel giorno in cui l’a.d. di Mps, Guido Bastianini, è in audizione alla Commissione banche, torna alla ribalta – con un articolo di Repubblica – l’ipotesi di acquisizione da parte di Unicredit con un’ipotetica “dote” del Mef. Non si sa se andrà così o se interverrà un altro attore nazionale o europeo, certo è che il dossier Mps è centrale al Mef, che deve rispettare i programmi dettati dalla Ue. Ma a breve c’è il perfezionamento dell’operazione Hydra, che prevede la scissione dei crediti deteriorati Mps in Amco (100% Mef). Questo, ha detto Bastianini in Parlamento, consentirà alla banca «di affrontare l’attuale crisi economica con una posizione più solida, di tornare a generare capitale nel medio periodo e di poter attrarre nuovi investitori e costituisce per Mps una fondamentale opportunità per ridurre in misura significativa la rischiosità creditizia del gruppo». La riduzione di patrimonio connessa all’operazione si è leggermente ridotta, da 1,1 miliardi a 960 milioni, principalmente per effetto di variazioni valutative rilevate nel primo semestre 2020.

In attesa di una definizione sia dell’operazione Hydra che degli orientamenti del Mef c’è un lavoro sul business e l’ad conferma che la banca è al lavoro per mettere a punto un nuovo piano industriale su base stand-alone con l’obiettivo «di dare una prospettiva di sviluppo e crescita della banca in un mercato diverso e con regole diverse» . Al di là delle «complessità ereditate dal passato», sul fronte «dei ricavi, dell’andamento economico e commerciale la banca ha una dinamica assolutamente apprezzabile e non molto diversa da quella dei nostri competitori, in alcuni casi anche migliore, e quindi credo che ci siano molte possibilità e prospettive di fare meglio». Mps – precisa Bastianini – ha raggiunto in anticipo alcuni obiettivi di riduzione del rischio credito fissato dal piano di ristrutturazione concordato nel 2017 con Bruxelles. Si tratta del risultato «di un’azione incisiva sulla gestione del rischio» avviata dalla banca negli ultimi anni. Il piano prevedeva di raggiungere nel 2021 un npl ratio del 12,9% ma Mps è già sotto quel livello. A giugno 2020 il valore si attesta all’11,8% e diventa il 10,4% con la nuova definizione dell’Eba. Certo, la pandemia aumenta i rischi: per Mps «è ragionevole prevedere una crescita del tasso di default nel prossimo biennio, con la conseguenza di un peggioramento del gross npl ratio per il biennio 2021-2022». Sarà questo l’effetto della scadenza delle moratorie «che richiederanno alle imprese maggiori esborsi per la restituzione dei finanziamenti». Poi c’è il macigno delle richieste di danni – per 10 miliardi – in particolare da parte della Fondazione Mps per 3,8 miliardi: «La riteniamo una causa su cui abbiamo ottimi argomenti per contrastare le loro richieste». In audizione Bastianini ha ricostruito le tappe di Mps dall’acquisizione di Antonveneta ai quattro aumenti di capitale nel 2011-2017 per complessivi 18,5 miliardi. Per Carla Ruocco, presidente della Commissione banche, l’audizione «mostra luci e ombre nella gestione della banca e pone seri interrogativi sulla gestione fallimentare dell’allora banca privata, sulla professionalità del management, sul mero rispetto della forma in danno della sostanza, sul necessario intervento riparatore dello Stato e sul ruolo che lo stesso deve avere una volta impiegate le risorse pubbliche e forse, anche, nell’attività di vigilanza sullo stesso intermediario».

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