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Mps, Unicredit chiede nuove garanzie al Tesoro su 15 miliardi di crediti

La cessione di Mps a Unicredit entra nel vivo: con il braccio di ferro su 15 miliardi di euro di crediti a minore solvibilità, che il probabile compratore non intende intestarsi a meno che il Tesoro offra garanzie in caso di default. Si lavora a forme di cartolarizzazione sintetica, che al costo di una commissione spostino i rischi di perdita su terzi.Il negoziato esclusivo, fino al 9 settembre, sarà ragionevolmente esteso, forse tutto il mese, per comporre il mosaico di una trattativa che uno degli attori in campo dice «avanzata, ma non tanto da avere un quadro completo». Intanto il campo si allarga: oltre a Unicredit e ad Amco, anche Mcc è entrata in data room, «con informazioni relative ad una selezione di sportelli bancari », come ha reso noto la banca senese ieri sera, e che potrebbero portare l’istituto pubblico a rilevare tra 100 e 150 filiali della banca senese nel Mezzogiorno.Il problema, rivelano due fonti dietro le quinte, riguarda la quantità e complessità di decine di migliaia di finanziamenti, che ammontano a 90,5 miliardi di euro e formano la gran parte del bilancio del Monte. L’approccio di Unicredit, come annunciato il 29 luglio dallo stesso amministratore delegato Andrea Orcel quando decise di provare a fare l’operazione, si sta rivelando effettivamente alquanto selettivo. Le centinaia di persone distaccate da Unicredit per tutto agosto al fine di periziare i crediti senesi avrebbero per ora acconsentito a rilevarne solo una fetta minoritaria – circa 30 miliardi di euro – dei “fino a 80 miliardi” menzionati nel comunicato di fine luglio. Si tratterebbe della parte meno rischiosa dei crediti Mps, una decina di miliardi di crediti a garanzia statale (ai sensi del decreto Liquidità 2020), più un’altra ventina di miliardi costituiti da mutui prima casa e da prestiti alle imprese più solide. Su tutto il resto, bisogna ancora intendersi: specie sui 15,25 miliardi di crediti che la relazione finanziaria semestrale Mps di giugno classifica come “stage 2”: esposizioni formalmente in bonis, ma di qualità secondaria che Unicredit non rileverà ipso facto. Orcel e i suoi avrebbero chiesto una clausola di vendita (put) sui crediti stage 2, per restituirli al venditore se si rivelassero, nel tempo, inesigibili: alla stregua di quel che ottenne Intesa Sanpaolo su qualche miliardo di attivi delle due banche venete fallite nel 2017. Ma tali clausole, sul mercato, hanno costi salati: e il Tesoro azionista al 64%, che quattro anni fa salvò la banca senese con 5,4 miliardi e ora dovrà sborsarne altri per poterla vendere, non vorrebbe superare una soglia di costo per l’Erario che comunque non sarà meno di qualche miliardo.Per questo le due parti sono al confronto su forme di assicurazione parziale di tali rischi, che potrebbero ricalcare le cartolarizzazioni sintetiche stipulate da Mps il 23 luglio, quando su 1,4 miliardi di prestiti ad alcune Pmi, classificati proprio “stage 2” trasferì il rischio di prima perdita (una tranche Junior e le due Mezzanine delle operazioni) «al fondo specializzato Christofferson Robb & Company tramite un contratto di garanzia».Quanto ai 4,15 miliardi di euro di crediti Mps che sono già insolventi (“stage 3”), sono destinati fin dal principio a essere ceduti ad Amco, la società pubblica di gestione e recupero crediti che da tempo è entrata nel negoziato per analizzare «crediti deteriorati e crediti classificati come Stage 2», e valutarne l’eventuale acquisto. Con Amco e Unicredit c’è ora anche Mcc, banca per le imprese controllata da Invitalia pure pubblica – che, come dichiarò il suo ad Bernardo Mattarella fin dal 14 maggio, era interessata a rilevare filiali Mps in Calabria, Sicilia e Campania. Tre regioni chiave per completare la rete a Sud di Mcc, reduce dal salvataggi di Popolare di Bari e Cassa di Orvieto; mentre Unicredit avrebbe forti sovrapposizioni con la sua rete ex Banco di Sicilia.Mcc dovrebbe rilevare un centinaio circa di agenzie ma non il marchio Mps. Il marchio più antico del mondo salvo rovesci resterà a Unicredit, che potrebbe usarlo a doppia insegna sulla rete in Centro Italia.

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