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Mps, ultime ore per il piano «privato»

Salvataggio di mercato in salita – Gentiloni: Governo pronto a intervenire – Cdm in agenda venerdì
Mps è al bivio: o la banca tenterà in extremis la strada della conversione volontaria dei bond subordinati in mano al retail, posto che la Consob non lo impedisca. Oppure, in uno scenario che sembra oramai sempre più probabile, dovrà prenderà atto dell’impossibilità di proseguire sul percorso di ricapitalizzazione da 5 miliardi con capitali privati e aprirà la porta alla conversione forzosa dei subordinati e all’intervento dello Stato. «Il Governo è pronto a intervenire per garantire la stabilità degli istituti e il risparmio dei cittadini», ha spiegato ieri mattina il neo-presidente del consiglio Paolo Gentiloni nel discorso con cui ha chiesto (e ottenuto) la fiducia alla Camera. Nell’agenda del governo, dopo la riunione di oggi, c’è in programma anche un consiglio dei ministri venerdì pomeriggio, dopo il ritorno del premier da Bruxelles, ma l’ordine del giorno non è ancora noto.
Tutto si chiarirà comunque nelle prossime ore, anche se forse una risposta definitiva si avrà solo domani. Il Cda convocato per le 15 di oggi a Siena è destinato ad andare per le lunghe. Anche perchè nel frattempo si attende l’autorizzazione (o meno) della Consob in merito alla riapertura dell’operazione di conversione in azioni dei bond subordinate in mano al retail come decisa domenica dal Cda del Monte. Ieri fonti vicino alla commissione hanno confermato di aver ricevuto dalla banca, come richiesto, una «documentazione aggiornata» aggiuntiva rispetto all’«informativa preliminare e sommaria» inviata nei giorni scorsi. Improbabile tuttavia che l’Authority dia una risposta già oggi, anche se il clima che si respira non è dei pù positivi. Dopo che nelle scorse settimane la conversione al retail è stata evitata per tutelare i risparmiatori – invocando il principio dell’”adeguatezza bloccante” che ha impedito di accettare richieste alla clientela retail – oggi la banca tenta il tutto per tutto, battendo la strada opposta della sollecitazione al risparmio. Si vedrà, anche se le ipotesi di successo sono ridotte al minimo.
Senza gli 1-2 miliardi derivanti dalla conversione del retail, con un solo miliardo a disposizione (frutto della conversione degli istituzionali) e una partecipazione del Qatar su cui pesano forti dubbi, il raggiungimento dei 5 miliardi di aumento di capitale appare una chimera. Le banche d’affari – che si sono dette pronte a un collocamento-lampo – dopo l’esito del referendum hanno sciolto il consorzio di garanzia. I tempi per la ricapitalizazione tuttavia rimangono stretti. La Bce, come ha confermato ieri la banca, ha formalizzato a Mps la bocciatura della richiesta di una proroga al 20 gennaio per la conclusione dell’aumento di capitale “privato”: Francoforte ha evidenziato che un ritardo nel completamento della ricapitalizzazione potrebbe comportare un «ulteriore deterioramento della posizione di liquidità e un peggioramento dei coefficienti patrimoniali, ponendo a rischio la sopravvivenza della banca».
Forse anche per questo l’ingresso dello Stato nel capitale delle banca, con la relativa conversione forzosa dei bond subordinati per oltre 4 miliardi, sta diventando un’ipotesi sempre più realistica. Dopo le anticipazioni dei giorni scorsi, l’ipotesi di ricapitalizzazione precauzionale è arrivata ieri alla Camera nella forma più netta dal premier Gentiloni, che ha voluto «dire molto chiaramente che se necessario il Governo è pronto a intervenire per garantire la stabilità degli istituti e il risparmio dei cittadini». Un intervento, naturalmente, concentrato su «casi specifici» perché «nel suo insieme» quello delle banche italiane è un «sistema solido, che finanziando l’economia reale sta contribuendo alla ripresa».
I contorni della rete di sicurezza pubblica pronta ad aprirsi su Mps sono ormai definiti, e poggiano su una ricapitalizzazione precauzionale nelle forme previste dall’articolo 32 della direttiva europea Brrd che permette un sostegno straordinario con fondi del governo a patto che sia «temporaneo» e «proporzionato» all’esigenza di prevenire o di rimediare a una «grave perturbazione» dell’economia del Paese. Il «risparmio dei cittadini», inteso prima di tutto come depositi, è in quest’ottica fuori dal rischio caduta perché il nuovo ingresso in campo del governo non farebbe scattare il bail in, ma il burden sharing a carico delle obbligazioni subordinate. Proprio questi titoli sono al centro del tentativo di conversione volontaria rilanciato dal Monte, e sarebbero invece sottoposti a conversione forzata se la soluzione di mercato non arrivasse al traguardo, con costi ancora da determinare nel confronto con la commissione Ue.
Oltre a Rocca Salimbeni, il decreto pronto a scattare guarda anche ad altri casi di difficoltà negli aumenti di capitale determinati dall’obbligo di cessione dei crediti deteriorati, vale a dire in primis Carige, Popolare di Vicenza e Veneto Banca. In attesa di una soluzione ponte dopo la sospensiva del Consiglio di Stato ci sono poi le banche popolari alle prese con la trasformazione in spa, ma il provvedimento dovrebbe affrontare anche altri temi, urgenti ma più “ordinari”. Il più importante è il rifinanziamento del fondo di risoluzione, con un meccanismo che prevederebbe la possibilità di rateizzare i contributi in cinque anni, e i ritocchi sulle Dta, che permetterebbero di utilizzare in compensazione con acconto 2016 le somme pagate dagli istituti di credito a luglio ma a valere sul 2015.

Luca Davi
Gianni Trovati

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