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Mps tratta con Nomura per cancellare Alexandria

Alexandria ha fatto il suo tempo. Il congegno finanziario di derivati, Btp, prestiti con cui Mps nascose 308 milioni di perdite nei conti 2009, e segnò la sua decadenza, sta per essere sminato: primi discreti contatti con la controparte Nomura sono avviati, anche se le due banche non hanno commentato l’indiscrezione.

Non sarà facile – cause civili e penali sono in corso – ma sarà meglio per entrambe: per Mps che cerca di segni di svolta da dare ai sottoscrittori del vicino aumento da 3 miliardi, per i giapponesi che sei anni fa fecero un ottimo affare, ma con forti costi reputazionali. L’ultimo spunta dalla chiusura indagini dei pm milanesi, che hanno coinvolto Nomura per responsabilità amministrative, e il suo capo trader Europa, Raffaele Ricci (vero regista di Alexandria, fin da quando originò il veicolo nel 2005). Una rogatoria dei magistrati senesi, che hanno poi trasferito gli atti a Milano, ha accertato che, con quattro bonifici per totali 983mila euro versati nel 2011-2012 su un conto Crédit Agricole di Singapore, una società delle British Virgin Islands riconducibile a Ricci «ha retrocesso a Baldassarri (ex capo della finanza di Mps, ndr) parte del premio ricevuto anche grazie alla ristrutturazione di Alexandria, dannosa per Mps». Ricci, nel solo 2010, ebbe da Nomura 10 milioni di dollari in bonus. Benché non più operativo nella sede di Londra, Ricci risulta in organico a Nomura, in attesa di chiudere il rapporto di lavoro. Le notizie sui suoi giri di denaro con Baldassarri sono un’arma per Mps, che due anni fa chiese in sede civile un miliardo di danni in solido a Mussari, Vigni e Nomura per la nefasta operazione; e ora medita di accrescere quella richiesta danni, per lenire gli esborsi di quei contratti. Secondo stime di esperti, chiudere ora le posizioni Alexandria costerebbe a Mps 850 milioni in contanti, con impatto negativo sul conto economico per 400 milioni. Ai saldi si arriva così: i 3,05 miliardi di Btp scadenza 2034 sottostanti l’asset swap si sono apprezzati per il crollo di rendimenti e spread sui Bund, e valgono sui 4 miliardi. Per contro lo sbilancio delle cedole, per cui Mps paga a Nomura tassi fissi in cambio di variabili indicizzati all’Euribor (schiantato), pesa per circa 1,5 miliardi, per un totale negativo di 500 milioni lordi (la metà, dopo le tasse). Sul lato patrimoniale, eliminando Alexandria, Mps avrebbe una ripresa di capitale da 550 milioni, i 441 milioni di impatto del bilancio 2014 più un terzo delle relative imposte anticipate (Dta).
Ma i banchieri senesi vogliono pagare molto meno: è logico pensare che non accetteranno transazioni distanti da quella con Deutsche Bank, che due anni fa per il simile derivato Santorini riconobbe a Mps il 45% del petitum . Le distanze sui soldi, comunque, sono secondarie se c’è la volontà di accordarsi; anche perché due banche possono colmarle in tanti modi tra finanziamenti, interbancario, mandati. Più volte a Siena l’ad Fabrizio Viola e il direttore finanziario Bernardo Mingrone hanno citato il derivato Alexandria come la causa di molte sventure senesi. Anche perché drena una liquidità miliardaria. Infatti, per intestarsi nel 2009 le perdite del veicolo Mps (220 milioni più 88 di costi) con una transazione sfavorevole, Nomura ottenne contratti swap su cedole e riacquisti a pronti di 3 miliardi di Btp, in un derivato sintetico con cui Mps vendeva protezione dal default italiano a soli 39 punti base. In più, per garantire Nomura da un duplice fallimento di Mps e dell’Italia, Siena versava cassa a garanzia in base all’andamento dei flussi. Con i tassi bassi quella liquidità sta tornando a salire: attualmente circa 2,2 miliardi. Una zeppa per Mps, e una manna per Nomura che la paga a tassi Euribor (0,008) più 5 punti base fino al 2034: mentre sul mercato i soldi le costano il 2-3% l’anno.
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