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Mps transa con Deutsche Bank che abbuona 220 milioni su Santorini

MILANO — Monte dei Paschi smina il rischio Santorini, chiudendo anticipatamente il veicolo ristrutturato con Deutsche Bank cinque anni fa. La transazione riduce il profilo di rischio della banca senese (poiché i 2 miliardi in Btp al 2031 sottostanti saranno ceduti), accresce di 25 punti base il patrimonio primario, libera 170 milioni di liquidità e aumenterà di 33 milioni il margine di interesse dal 2014. Il “costo” dei benefici è un impatto di 194 milioni sul conto economico 2013, originato dai 525 milioni pagati ai tedeschi per chiudere Santorini. Ma Mps ha ottenuto un abbuono di 221 milioni, rispetto ai 746 milioni di sbilancio, a valore di mercato, dei Btp, dei finanziamenti a lungo termine e degli swap su quelle cedole.
Santorini era un magheggio sfruttato dalla gestione di Giuseppe Mussari e Antonio Vigni per occultare – nel 2008 – perdite da 430 milioni su un vecchio derivato, sempre con Deutsche Bank. In breve tempo però la crisi sovrana aveva reso la toppa peggiore del buco, e allo stress test 2011 Santorini costò 870 milioni di deficit di capitale, e insieme all’altro derivato Alexandria fatto con Nomura (che fece mancare 1.200 milioni al conteggio Eba) forzò il Monte alla seconda fatale ricapitalizzazione. Proprio su quei dati il Codacons aveva chiesto ai giudici di Firenze, settimane fa, che i danni chiesti da Mps – rispettivamente 500 milioni ai tedeschi e 700 milioni ai giapponesi – lievitassero a 1.700 e a 2.400 milioni. Nel primo caso, forse anche per togliere un rischio dal prospetto di aumento 2014 (e data la natura dubbia di Santorini che i senesi iscrivono come prestito ma gli usi internazionali vorrebbero derivato) il management di Mps ha voluto accontentarsi.
Tutto fa brodo, in un momento così difficile. Anche in Borsa, dove Mps, dopo varie sedute pesanti vittima di vendite allo scoperto, è rimbalzata del 4,53% a 0,161 euro. Nel 2013 l’azione ha perso il 32%, pari a 1,8 miliardi di capitalizzazione (l’equivalente attuale): e un moto di rimbalzo, anche con forti volumi, era atteso. In vista dell’operazione della vita, che partirà entro primavera per evitare la nazionalizzazione Mps, potrebbe essere opportuno anche accordarsi con Nomura; ma è più complesso, con posizioni radicalizzate e in attesa dei primi verdetti di un giudice di Londra.
Molto prima andrebbe sciolto il nodo della fondazione Mps, che ha ribadito che in assemblea (il 27 la prima convocazione) voterà contro il management per far slittare la ricapitalizzazione a maggio. «È strumentale e segno di cattiva informazione ritenere ingombrante l’azionariato del territorio », ha detto Antonella Mansi, presidente di fondazione Mps, poco turbata dal fatto che votare no alle proposte del cda possa portare alle dimissioni del presidente Alessandro Profumo e dell’ad Fabrizio Viola. Dietro le quinte, ieri a Roma nella sede dell’Acri si sono incontrati i vertici di diverse fondazioni, tra cui Cariplo, Cariverona, Compagnia Sanpaolo. Il tenue cordone di salvataggio (in forma di scambio di azioni di altre fondazioni con azioni Mps dell’ente toscano, o di acquisto diretto), resta vivo. La costruzione è complessa, non è detto avvenga in tempo per l’assemblea. Né che sia possibile convincere tante fondazioni scettiche (Torino più di tutte), a raggranellare i 900 milioni necessari, 350 subito il resto per seguire l’aumento. Si lavorerà fino all’ultimo minuto utile.

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