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Mps torna in utile dopo cinque anni

Il Monte dei Paschi torna in utile (390 milioni) dopo quattro anni consecutivi chiusi in rosso. I risultati preliminari approvati ieri dal cda della banca – anticipato di una settimana «per trasparenza nei confronti del mercato», come ha spiegato il presidente Massimo Tononi a Il Sole 24 Ore – segnano una significativa inversione di tendenza nel mezzo di un’altra burrasca, quella di Borsa, che ieri ha visto il titolo perdere ancora il 7,9 per cento.
Tra gli aspetti per certi versi paradossali, c’è anche l’effetto del derivato Alexandria. Che la Consob ha chiesto espressamente che venga contabilizzato “a saldi chiusi”, di fatto inducendo un passaggio a conto econonomico dei 500 milioni di contributi del derivato, fino a ieri accantonati come riserve. Senza questa voce straordinaria, il 2015 del Monte si sarebbe chiuso ancora in rosso, per 110 milioni, anche se la colpa – anche in questo caso – sarebbe stata di un’altra voce straordinaria, cioè i 130 milioni di oneri chiesti alla banca per partecipare al piano di salvataggio di Banca Marche, Banca Etruria, Carife e CariChieti. Al netto di tutte queste partite, la banca avrebbe in ogni caso raggiunto la linea di galleggiamento, con circa 20 milioni profitti accumulati in un anno.
L’operatività
Tra i dati del 2015, anche al netto di Alexandria, c’è un risultato operativo lordo di 1,87 miliardi, in crescita del 27% sul 2014 grazie alla gestione corrente. Che vede un margine d’interesse pari a 2,26 miliardi (+5,4% su base annua grazie anche al rimborso dei Monti bond) e commissioni per 1,81 miliardi (+6,6%). Prosegue la riduzione degli oneri operativi (2,63 miliardi, in calo del 4,6%): «Negli ultimi 4 anni la riduzione dei costi è stata pari a circa 800 milioni di euro», fa notare la banca in una nota. E poche righe più in giù sottolinea anche che nello stesso periodo la banca ha effettuato rettifiche di valore per 15,7 miliardi; di queste, 2 miliardi sono avvenute lo scorso anno. Anche perché la montagna di sofferenze ha cominciato, seppur lievemente, a ridursi: a fine anno infatti i crediti deteriorati sono scesi a quota 46,9 miliardi, ovvero 600 milioni in meno rispetto a settembre. Esclusa la cessione di 1 miliardo di sofferenze realizzata a dicembre, la variazione trimestrale dello stock lordo dei crediti deteriorati è pari a circa 400 milioni (circa 1,2 miliardi nel terzo ‘quarter’), ovvero il valore più basso degli ultimi 8 trimestri. Il grado di copertura resta stabile. Nel corso dell’anno inoltre è proseguita la pulizia nei conti. Le rettifiche di valore sono ammontate a 2 miliardi (in calo dell’11% sul 2014).
Tra settembre e dicembre dal punto di vista patrimoniale la situazione è cambiata poco: al primo gennaio Mps adesso aveva un coefficiente Cet 1 fully loaded dell’11,7%, ben superiore al 10,2% fissato dalla Banca centrale europea.
Il capitolo Ubi
Oltre ai conti, gli occhi restano naturalmente puntati sulle potenziali aggregazioni. Che vedono attualmente Ubi a vestire i panni del partner, a maggior ragione dopo che la Banca Popolare di Milano si è sfilata dall’ipotesi di un complicato matrimonio a tre. Secondo quanto riferiscono alcune fonti interpellate dall’Adn Kronos, Ubi sarebbe comunque «disponibile a lavorare» sull’opzione di una aggregazione a due con il Monte dei Paschi, anche se «ci sarebbero da verificare tutti gli aspetti tecnici di un matrimonio che comporterebbe uno sforzo rilevante». Nel confronto con il Governo, sarebbe risultato evidente, peraltro, come un’aggregazione per Mps sia «una priorità per tutto il sistema».
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