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Mps torna in Borsa con un +6% Si riparte dopo 28 miliardi persi

Poteva andare peggio. Ma solo se si tiene la lente stretta a ieri, giorno del rientro in Borsa del Montepaschi dopo 10 mesi di stop causa nazionalizzazione. Una lente troppo stretta per chiunque e più per la decana delle banche (1472), che ha perso il senno, 10mila dipendenti e una trentina di miliardi dal 2007, dal fatale acquisto di Antonveneta.
Quando l’ad Marco Morelli alla vigilia ha parlato, in videomessaggio interno, di «volatilità sul titolo da tenere in conto» nelle prime sedute, intendeva come molti altri volatilità all’ingiù, per le pressioni in vendita di vari attori: dagli obbligazionisti convertiti a forza in soci per il bail in (ce n’è per 3 miliardi di euro) ai piccoli soci spauriti, agli speculatori pronti a scommettere di nuovo sulla debolezza della banca. Per questo la stima di valore corretto messa nel prospetto è stata tenuta a 4,28 euro, ossia 0,45 volte il patrimonio netto per azione.
Ma ieri, dopo un primo calo in area 4,10, con le ore sono arrivati acquisti fino a 5,26 euro: rimbalzo violento prima della planata finale a 4,55 euro, comunque il 6% più della stima ufficiale, con 5,18 miliardi di capitalizzazione che consentono al Monte di tornare la terza banca italiana dietro Intesa Sanpaolo e Unicredit. Proprio il rientro previsto a marzo 2018 nell’indice Ftse Mib porterà acquisti sull’azione, stimati in 3-400 milioni: ma ieri non si sono visti, mentre Guido Pardini, condirettore generale di Intermonte, imputa il rialzo a cause tecniche: «Non c’era prestito titoli per vendere al ribasso, e un problema di codici ha impedito a qualche ex obbligazionista di vendere, così a 4,1 hanno iniziato a comprare gli algoritmi». Intanto c’è la «soddisfazione» di fonti del Tesoro: «i mercati hanno compreso e apprezzato il lavoro di questi mesi». Il primo socio, a un virtuale 68%, ha dato poi «sostegno al management che deve ora riportare la banca a produrre utili».
Una parola, per l’istituto che tra il 2011 e giugno ha contabilizzato perdite nette per 20 miliardi, in buona parte come svalutazione di crediti mal dati. E da allora annaspando ha disperso 18 miliardi di patrimonio degli azionisti, a partire dalla Fondazione Mps seguitando con le Coop, il partner assicurativo Axa, i cercatori di affari borsistici come la famiglia Aleotti, Btg Pactual e Fintech, o il presidente Alessandro Falciai. La fiducia dei privati si è esaurita lo scorso Natale, dopo che per sei mesi centinaia di incontri e perorazioni degli advisor Jp Morgan e Mediobanca, e del governo di Renzi, a entrare nell’ennesimo aumento di capitale erano state inutili. Così in ossequio alle nuove regole è toccato ai creditori subordinati pagare: 4,5 miliardi, ma un terzo della somma sarà restituita a quelli non professionali cui – incautamente – la banca piazzò un bond a rischio nel 2008. Non bastando la pezza al buco, è tornato in campo l’erario: non con i Monti o i Tremonti bond, qualche miliardo prestato per oliare l’ingranaggio storto, ma con un bonifico di 3,8 miliardo del Tesoro (salirà verso i 5,3 miliardi dopo il ristoro dei piccoli subordinati) per comprare due terzi del capitale. «Produrre utili», d’ora in poi, deve anche sostenere la quotazione, perché è previsto che il Tesoro venda entro il 2021 e il suo valore di carico è 6,49 euro, con minusvalenza virtuale di circa 1,5 miliardi. Gli utili, però, non verranno dal business as usual: con i tassi a zero e i vincoli commerciali imposti dalla legge sugli aiuti di Stato, un Monte già “smagrito” a 150 miliardi di attivi non permette miracoli. Né aiuterà l’asse di sangue con Siena, dove ieri la politica già concionava perché tra i molti impegni presi con l’Ue per avere soldi da Roma c’è la vendita del patrimonio artistico del Monte.

Andrea Greco

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