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Mps tenuto a galla dalle tasse

Liquidità. «La verità della storia è nei dettagli». È una frase di Paul Auster contenuta nelle pagine di uno dei suoi libri più belli, The Brooklyn Follies. Dove sono i dettagli nella storia del Monte dei Paschi? Eccolo, il dettaglio, un macigno a pagina 85 del secondo supplemento depositato in Consob.

Riepilogo: il Monte dei Paschi è a corto di cassa, ne ha per soli quattro mesi, poi entra in fase sommergibile senza possibilità di riemersione.

Uno scafo in fondo all’oceano del debito. Sì, la verità della storia è nei dettagli. È il drammatico epilogo dell’avventura plurisecolare della terza banca italiana, la più antica del mondo, che va a carte quarantotto per l’incapacità della classe dirigente di un intero paese, l’Italia, dove il treno che sferraglia a tutta velocità, quella cosa chiamata realtà, viene visto sempre troppo tardi, quando ha già travolto tutto.

In un clima cloroformizzato, il Monte dei Paschi, nato nel 1472 come monte di pietà per dare aiuto ai poveri di Siena, si avvia a essere salvato dal fallimento con i soldi dei contribuenti italiani. La lettura dei documenti ufficiali pubblicati in occasione dell’ultimo tentativo di salvare la banca in extremis, con un’operazione di mercato, è una cavalcata nel regno dell’errore e dell’orrore contabile, il solo elenco dei rischi connessi all’operazione è materiale da sceneggiatura per un thriller finanziario di prim’ordine. La storia del Monte è di una inquietante torbidezza. C’è tutto, anche il morto. Non è Siena, è l’Italia. Quella che finisce in rotativa e online con l’immagine di una devastazione di ricchezza che ha pochi uguali nella storia finanziaria. Quella storia aumenta a dismisura l’ombra del mismanagement quotidiano, della mancanza di etica degli affari. La biografia di una nazione. Nell’apertura della prima pagina del Financial Times: c’è la cronaca asciutta di un fallimento consumato tra le contrade di Siena e d’Italia.

Perfino un mago della finanza, il navigatissimo Jamie Dimon, numero uno di JPMorgan, ha fallito l’obiettivo di rimettere in piedi il Monte. Il colpo di grazia è arrivato con il No al referendum e la crisi di governo. Salvare la terza banca italiana senza un quadro politico chiaro era impossibile. Lo sconsiderato all-in di Renzi, la sua immaturità da ragazzo della via Pal, i suoi grandi errori durante la campagna referendaria, il gioco al massacro di tutti contro tutti, la distribuzione di arsenico alle masse, la cattiva condizione del reddito e del lavoro nel paese, la corruzione come old e new normal, l’ignoranza in materia economico-finanziaria, l’eterna lotta tra guelfi e ghibellini, la character assassination come pratica collettiva.

È uno scenario da “vendo tutto per liquidazione” che dovrebbe far riflettere. Invece no. È partito un altro giro di giostra. Eppure sta succedendo, siamo ai resti del pranzo gettati per terra. Signore e signori, lo vedete quel tasto rosso sul computer? Reset. Ci siamo, vanno in scena I Pagliacci, Leoncavallo. «La commedia è finita!»

D’altronde, il destino era segnato. La fuga dei depositi dal Monte dei Paschi era inarrestabile. Dal caveau al Parlamento. Salvare il Monte ha delle conseguenze. Ieri in Parlamento si è manifestato il futuro. Un bagliore azzurrino, un venticello, il rumore delle imposte che dolcemente si aprono e toh! ecco il risultato della votazione alla Camera sul provvedimento da 20 miliardi di euro per salvare il Monte dei Paschi e i suoi fratelli incagliati nei bassi fondali del credito deteriorato: 389 favorevoli e 134 contrari.

La seduta di ieri è un preludio del 2017 e degli esiti delle elezioni anticipate: una grande coalizione a Palazzo Chigi formata da Pd e Forza Italia e un’opposizione formata da Lega, 5Stelle e Fratelli d’Italia. Ma potrebbe anche andare al contrario: con un sistema proporzionale senza vincolo di coalizione potrebbe esserci il partito di Grillo che arriva primo, esprime il Presidente del consiglio e trova un’alleanza con la Lega e Fdi, favorita dai rapporti sempre più tesi (siamo a una rottura non dichiarata, ma nei fatti) tra Salvini e Berlusconi. I simili prima o poi si accoppiano, soprattutto in politica.

Corsa a due. Il sondaggio Demos di Repubblica d’altronde non fa che confermare lo scenario e le possibili mosse dei pezzi sulla scacchiera. È una cosa a due tra Pd e Movimento 5Stelle, il resto segue. I pentastellati perdono qualcosa dopo lo scandalo del Campidoglio, ma in prospettiva è più allarmante il quadro per il Pd. Il governo Gentiloni infatti ha un grado di fiducia rasoterra: solo 38% il livello più basso per un governo che si è appena insediato. E’ un preludio del conte che l’elettore potrebbe presentare al Pd se non si inverte la rotta. Possibile? Difficile.

Mario Sechi

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