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Mps, svalutazioni per 730 milioni

Almeno due bilanci di Banca Mps sono da riscrivere. Alla luce della perdita sui derivati, il cui impatto sull’esercizio 2012 sarà di 730 milioni (coi benefici fiscali, dagli oltre 800 di partenza), il consiglio d’amministrazione di Rocca Salimbeni, presieduto da Alessandro Profumo, ha deciso un’operazione chiarezza e le modalità per riassorbire e contabilizzare le minusvalenze portate alla luce dall’attuale gestione.
Il cda, durato sei ore, ha inoltre dato l’ok ai Monti bond, che saranno emessi nei prossimi giorni. Ai 3,9 miliardi, come nelle attese, si aggiungono 171 milioni relativi agli interessi sui vecchi Tremonti bond (1,9 miliardi) per il 2012. Siena, dunque, pagherà con nuove obbligazioni e non con azioni proprie. Anche questo era previsto. Sul fronte del rafforzamento patrimoniale e degli aiuti di Stato, dunque, le cose procedono secondo i programmi. Le novità riguardano invece l’analisi dei conti e la valutazione dell’impatto sull’esercizio chiuso al 31 dicembre scorso (i cui numeri saranno approvati a fine marzo).
La scelta del board senese è stata di portare a galla le perdite dei contratti strutturati realizzati negli anni passati, che incorporano minusvalenze. In occasione dell’approvazione del bilancio 2012, dove comunque quei 730 milioni non comprometteranno l’equilibrio patrimoniale, sarà valutato anche di allocare negli anni di pertinenza le perdite passate, attraverso una revisione dei bilanci (probabilmente due) in modo da fare davverto chiarezza. E dare a Cesare quel che è di Cesare.
Le operazioni strutturate messe sotto la lente dal consiglio d’amministrazione hanno nomi stravaganti e ormai famigerati: Nota Italia, che risale al 2006 e ha come controparte JpMorgan, incorpora uno strumento derivato, ha come sottostante Btp e perde 151,76 milioni; Santorini del 2008, contratto stipulato con Deutsche bank e per le casse senesi un rosso di 305 milioni; infine il più recente Alexandria, del 2009, fatto con Nomura che incorpora una minusvalenza di 273 milioni.
Gli ultimi due contratti, tecnicamente, sono dei “pronti contro termine” costruiti dalla passata gestione di Montepaschi per spalmare su un tempo lungo (30 anni) perdite su titoli, e hanno un asset swap sulle cedole finalizzato a eliminare il rischio di tasso. Operazioni sbagliate a supporto di operazioni sbagliate (almeno per quanto riguarda il risultato economico), sulle quali ora sta indagando la Procura di Siena.
I nuovi vertici di Rocca Salimbeni vogliono fare pulizia completa nei conti del gruppo e, dopo aver consegnato le carte ai magistrati e completato l’audit interno, hanno portato il cosiddetto dossier derivati in consiglio, proponendo di rinegoziare i contratti con le diverse controparti. Obiettivo: chiudere in modo definitivo questo fronte, compensando in parte l’impatto patrimoniale con altre operazioni contabili, in modo da non dover trovare ulteriori risorse di capitale.
La banca senese, del resto, ha già chiesto 500 milioni di Monti bond in più rispetto agli accordi iniziali con il Governo, proprio per parare il colpo in arrivo dai contratti strutturati emersi lo scorso autunno dall’operatività delle passate gestioni, mossa che ha portato l’impegno pubblico nei confronti del gruppo senese a quota 3,9 miliardi: una cifra imponente, in larga misura necessaria a coprire la carenza patrimoniale (rispetto agli attivi) causata dall’impennata dello spread, sopra i 500 punti quando l’Autorità bancaria europea effettuò gli stress test, nel 2011, e oggi (con lo spread in flessione) potenzialmente in grado di trasformare il Monte dei Paschi in una delle banche «più patrimonializzate del sistema», come ha sottolineato più volte lo stesso Viola.
«La banca non ha problemi di liquidità», ha ribadito ieri l’amministratore delegato al termine del consiglio. «Noi siamo i danneggiati e andremo a riprenderci tutto», ha aggiunto riferendosi ai 40 milioni scudati e sequestrati dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta sulla “banda del 5%”.
«Abbiamo fatto chiarezza sulla terza banca italiana, che è anche la più antica e vorremmo restasse la più bella», ha commentato Pietro Giovanni Corsa, uno dei due consiglieri in rappresentanza della famiglia Aleotti (4% di Mps), uscendo da Rocca Salimbeni. «Non sono preoccupato, ma deluso – ha proseguito – perchè purtroppo non si fa giustizia del grande lavoro di trasparenza che stiamo facendo». Trasparenza che porterà a imputare perdite passate su bilanci già chiusi e da riscrivere. Con qualche dolore di pancia per i vecchi manager di Rocca Salimbeni.

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