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Mps, sul tavolo del Tesoro rimpasto al vertice e nuovi soci

Un aumento market-friendly, con diritto d’opzione, destinato a coinvolgere quindi l’azionariato attuale (ma, si spera a Roma, anche futuro) in un credibile progetto di rilancio. Tramontata l’ipotesi di un matrimonio con UniCredit, Mps prova a ripartire in solitaria. E per farcela, il Tesoro, azionista di riferimento con il 64%, inizia a muoversi per traghettare la più antica banca al mondo in una condizione di solidità patrimoniale da raggiungere con un aumento di mercato. Con l’obiettivo ultimo di riportarla a una maggiore efficienza e riconsegnarla in mani private.

La proroga da concordare

Prima tappa di questo (non breve né scontato) processo di rilancio sarà ovviamente la proroga a mantenere la partecipazione oltre la scadenza prevista di fine anno, mossa da concordare con Bruxelles. Le discussioni tra il Mef e l’Ue sono appena avviate ma il clima, a quanto filtra, sembra favorevole a un’intesa, visto anche l’impegno profuso con UniCredit e il cambio di scenario economico. Le indiscrezioni parlano almeno di 12-18 mesi di permanenza in più, estendibili a 24, e comunque un termine flessibile che sia compatibile con l’avvio di una fase nuova per la banca, che finisca il lavoro di risanamento ma avvii anche il rilancio, probabilmente con ricambi al vertice che aiutino a rimarcare la discontinuità e a raccontarla al mercato.

Ieri da Bruxelles è arrivata una cauta apertura a rivedere i piani concordati in occasione dell’ingresso nel capitale dello Stato nel 2017. «Se l’Italia crede che ci siano altri modi per adempiere e per uscire dalla proprietà di Mps, spetta a loro avanzare proposte. Noi restiamo in contatto con le autorità», ha detto una portavoce Ue. Di certo «l’Italia deve essere all’altezza degli impegni» presi con Bruxelles quattro anni fa, impegni che prevedevano la privatizzazione finale della banca toscana con la vendite di «tutte le quote» di Siena «entro una certa data». Tecnicamente, il termine temporale per la privatizzazione, che rimane informazione price sensitive e «confidenziale», ancora non «è scaduto». D’altra parte «quando abbiamo adottato la decisione, il piano di ristrutturazione» presentato dall’Italia «aveva gli elementi» per garantire la «sostenibilità a lungo termine della banca sulla base degli impegni presi» ma poi «le cose possono cambiare» nel corso del tempo.

Insomma, da parte di Bruxelles c’è la disponibilità a sedersi al tavolo delle trattative. Anche perché l’impegno profuso dal Governo nel cercare una soluzione di mercato è stato massimo. Gli uffici della Dg Comp, anzi, in questi mesi sono stati puntualmente aggiornati sull’andamento del dossier, e hanno seguito con discrezione, ma passo passo, tutti gli scambi tra Mef e UniCredit. Ed è stato solo al termine dei colloqui, durati ufficialmente sei mesi con il ceo Andrea Orcel – ma in verità lunghi un anno, se si considera l’avvio delle riflessioni con il precedente ceo Jean Pierre Mustier – che si è dovuto riconoscere il gap tra domanda e offerta, con il conseguente stop alle trattative.

Non solo. A consentire la revisione dell’accordo è anche il fatto che lo scenario è cambiato. Prima la pandemia e poi il rimbalzo con una ripresa più forte delle previsioni sono elementi che vanno fatti meglio sedimentare per capire le ricadute in termini di Npl sul settore e sulla banca in sé.

L’aumento “market-friendly”

Di certo a Roma come a Bruxelles c’è la piena consapevolezza di dover puntellare il capitale. Non servirà farlo entro l’anno, visto che le misure di tolleranza concesse dalla Vigilanza a una banca controllata dallo Stato permettono una certa elasticità. La ricapitalizzazione vedrà dunque la luce nel corso del 2022. Si parte dai 2,5 miliardi emersi nel corso degli stress test del 2020, ma è realistico un ritocco verso l’alto. Di quanto esattamente lo si capirà strada facendo anche sulla base dei “mitigant” concordati con Bruxelles, ovvero delle misure che serviranno a ristrutturare la banca, inclusa la pulizia degli attivi da realizzare con la collaborazione di Amco e la sterilizzazione dei rischi legali.

A Roma c’è tranquillità sul fatto che l’aumento sarà di mercato senza quindi senza aiuti di Stato ulteriori che farebbero scattare la tagliola del burden sharing su azioni e obbligazioni subordinate, che ieri infatti sono rimbalzate. Si punta insomma a un’operazione market-friendly, in cui il Mef parteciperà pro quota con il fondo per le ricapitalizzazioni di 1,5 miliardi e con le risorse ulteriori che serviranno. Ma l’aumento dovrà essere aperto soprattutto a coinvolgere gli altri azionisti, e auspicabilmente anche nuovi investitori pronti così ad entrare nel capitale. Per farlo, dunque, scontato il ricorso al diritto d’opzione e a una serie di tecnicalità che saranno concordate con gli advisor. Resta il fatto che non si potrà prescindere da una ristrutturazione che comporterà delle uscite, tutte però volontarie.

Poi si cercherà un nuovo compratore. Qualcosa di più sul futuro della banca (e sulle trattative interrotte con UniCredit) si saprà il prossimo 8 novembre, quando la commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario ascolterà Orcel e il ceo di Mps Guido Bastianini.

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