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Mps, sul capitale non serve il blitz Tre strade per tornare sul mercato

L’arrivo di Andrea Orcel alla guida di Unicredit alimenta rumors e le ricostruzioni più o meno interessate, ma non cambia la prospettiva di Monte dei Paschi. Che al momento poggia su una certezza, l’uscita del Tesoro dal capitale entro la fine dell’anno, come concordato con Bruxelles, e tre opzioni possibili per concretizzarla: il matrimonio con una banca italiana, scenario in cui il primato di Unicredit è anche il prodotto inevitabile della geografia attuale del credito italiano, la fusione con un istituto straniero o la vendita a fondi di private equity. Il tutto in una tempistica che guarda all’autunno come momento clou: per quella fase , si ragiona al Mef, i tempi saranno maturi per la privatizzazione.

Il Tesoro, assistito dagli advisor Mediobanca e Credit Suisse, guarda con attenzione a ciò che succede sul mercato e si prepara all’appuntamento di oggi, in cui è coinvolto il Cda della banca senese, cui toccherà varare il capital plan da presentare in Bce entro fine mese. Il fabbisogno, stimato in 2-2,5 miliardi di euro dalla banca stessa, appare di medio termine ed è costituito come noto da un deficit di capitale di 300 milioni al 31 marzo e di 1,5 miliardi a fine 2021. L’ipotesi che circola sul mercato è che l’aumento, peraltro già pre-autorizzato dal Governo, avvenga in due step: un bond At1 da 500 milioni circa tra primo e secondo trimestre e poi, sempre nel 2021 e in fase di M&A, un aumento da circa 1,5 miliardi. Paletti temporali e cifre di massima che potrebbero anche essere spostati in caso di necessità. C’è però fiducia sul fatto che, stante la solidità dell’azionista di controllo (il Tesoro detiene il 64%) e visti i progressi dei risultati portati avanti fin qua nel processo di derisking della banca, da parte delle autorità coinvolte, Bce in primis, non ci sia il desiderio di mettere inutilmente pressione sul capitale, vista anche la sostanziale tenuta commerciale della banca.

Ciò non vuol dire ovviamente che a Roma si voglia perdere tempo nel processo di privatizzazione, anzi. L’idea di fondo è che la banca debba passare quanto prima in mani private per evitare rinvii che rischierebbero di bruciare risorse e tempo prezioso per il rilancio. La trattativa con UniCredit a guida Jean Pierre Mustier, va detto, sembrava instradata verso il traguardo, con effetti positivi per entrambe le parti. Tra Dta, pulizia degli attivi da parte di Amco (20 miliardi) e contenimento del problema delle cause legali (per cui si lavora a un sistema di garanzie) la dote per UniCredit era significativa. L’uscita di scena a sorpresa di Mustier – che aveva condizionato l’acquisto di Siena al break up delle attività estere e per questo è stato bloccato dal Cda – ha rimosso le pedine.

Si ripartirà da qua, ora. Ed è chiaro che UniCredit rimane l’interlocutore che per stazza e capacità è la controparte privilegiata con cui intavolare una discussione. Dopo la fusione tra Intesa e Ubi, che ha creato un colosso del credito, oggi il mercato del resto ha bisogno di un altro grande gruppo che faccia da contrappeso. E Orcel, banchiere che gode di fama di abile “deal maker”, potrebbe rappresentare il giusto interlocutore per crearlo.

A Roma però non si vuole lasciare nessuna strada intentata. Da qui rimane la disponibilità al dialogo anche con altre banche italiane potenzialmente interessate. La dote delle Dta, pari a circa 2 miliardi, è preziosa e potrebbe fare gola. Ma si guarda laicamente anche ad altre due ipotesi, che seppur non prioritarie rimangono comunque sul tavolo. Una è quella di una possibile apertura a banche straniere. Un fronte che già in passato era stato esplorato e per cui era circolato il nome di istituti francesi. L’altra strada porta invece ai fondi di private equity, soluzione certo non ideale per molti aspetti e che per questo non occupa il posto d’onore nella gerarchia delle opzioni comunque da contemplare. L’apertura della data room di Mps ha già suscitato l’interesse di alcuni fondi che però al momento vengono tenuti in stand-by, nell’attesa di capire i movimenti del mercato.

In tutto questo va detto che la tempesta politica ovviamente non aiuta. Il caso Siena non ha conquistato il centro dell’affollata scena che ha portato alla crisi di governo: ma la questione promette di ripresentarsi presto per le tentazioni stataliste che continuano a trovare spazio fra i Cinque Stelle sull’idea di utilizzare Rocca Salimbeni come perno di una nuova “banca pubblica degli investimenti”. Idea che si muove in collisione frontale con le regole comunitarie e che, se perseguita, rischia di produrre da Bruxelles e Francoforte la richiesta di tagli a strutture e personale decisamente più drastici rispetto alle ipotesi circolate nelle scorse settimane.

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