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Mps studia il prestito-capitale

MILANO — A una settimana dall’approvazione del piano industriale di lunedì 25, Mps continua a essere in tensione sui mercati per l’incertezza che circonda il rafforzamento patrimoniale. Ieri in una giornata comunque negativa per le Borse ha perso il 3,4% a 0,186 euro, praticamente ai minimi da un anno e attorno alla soglia che a dicembre costrinse la Fondazione Mps, primo azionista, a rinegoziare i prestiti con le banche e a cedere il 12% per ripagare parte dei debiti (la firma dei contratti è imminente).
Il mercato continua a interrogarsi su come l’amministratore delegato Fabrizio Viola rispetterà le indicazioni dell’Eba, l’autorità bancaria europea, che ha chiesto 3,3 miliardi di capitale in più entro il 30 giugno. Finora Viola è riuscito a recuperare circa 2,3 miliardi. Resta il dubbio sulla copertura del miliardo residuo, cui dovrebbe fare fronte con le cessioni di Biverbanca — due i contendenti, Popolare di Vicenza e Cr Asti con quest’ultima in pole position, e da cui si attende circa 200 milioni —, di altri 150-200 sportelli Antonveneta e con un’operazione finanziaria. Viola ha escluso l’aumento di capitale — che farebbe diluire dall’attuale 36% la Fondazione, priva di forza finanziaria — e ha indicato la strada alternativa dei «Co.Co. bond», titoli particolari che si convertono in azioni se il patrimonio (core tier 1) scende sotto una certa soglia.
I Co.Co. bond sono una strada finora mai battuta da un istituto italiano, sottolinea l’analista di Deutsche Bank (Db), Paola Sabbione, in un report pubblicato ieri. Mercoledì scorso Viola ha detto che sul punto «la cosa non è definita, è tutto fluido», sottolineando che Mps si sta muovendo in rapporto stretto con la Banca d’Italia: «Abbiamo sempre un atteggiamento collaborativo reciproco».
I problemi sui Co.Co bond sono diversi: intanto costano molto cari come interessi, più dei Tremonti bond che Mps ha ancora in pancia per 1,9 miliardi; poi potrebbe essere non facile collocarli sul mercato, in quanto il livello di core tier 1 che fa scattare la conversione (7%) sarebbe vicino a quello della banca dell’8,7% (al netto dei Tremonti bond). In questo caso «le alternative a un collocamento presso investitori istituzionali potrebbero essere la vendita al retail — via mai tentata in Italia e complessa, come successo con il bond convertibile della Bpm — o l’intervento della Cassa depositi e prestiti, o persino un aumento di capitale», sottolinea il report di Db, anche se «non lo consideriamo probabile». Deutsche Bank prevede che il titolo continuerà a essere volatile nel breve termine e per questo conferma il suo prezzo obiettivo di 0,25 euro e il giudizio «hold» (tenere). Nel medio termine invece la banca potrebbe ritrovarsi con un surplus di capitale, visto che le richieste dell’Eba sono temporanee. In particolare nel 2105 va in scadenza un terzo dei titoli di Stato che Mps ha in pancia, e questo annullerebbe parte delle attuali perdite potenziali sui titoli e sui derivati di copertura sugli stessi.
Insomma, Viola e il presidente Alessandro Profumo si devono muovere in uno spazio stretto. E contemporaneamente ultimare la parte industriale del piano. Che dovrebbe puntare sui canali alternativi alla banca tradizionale, sui prodotti retail e su un ulteriore controllo dei costi. E poi riequilibrare il rapporto tra raccolta e impieghi e la liquidità, cui la banca (come tutto il sistema) ha rimediato grazie ai maxiprestiti della Bce.

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