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Mps, solo il fondo Apollo in data room Pressing politico per la proroga Ue

La lista dei possibili pretendenti di Mps che hanno deciso di venire allo scoperto continua a essere corta. Alla data room, aperta ormai da quasi sette mesi, si è affacciato solo il fondo Apollo, come ha confermato ieri la viceministra all’Economia Laura Castelli nel suo intervento alla commissione parlamentare sulle banche. «Le interlocuzioni tra gli uffici del ministero e quelli della commissione Ue sono in corso», ha detto la viceministra spiegando che a Bruxelles «attendono di sapere se si concretizzi o meno l’ipotesi di un’aggregazione». Non solo a Bruxelles.

L’attesa è forte anche in Parlamento, dove su richiesta della viceministra è stata secretata la seconda parte dell’audizione in cui soprattutto dai Cinque Stelle sono tornate a piovere le richieste di informazioni sul piano e sulle sue ricadute per struttura e occupazione e le pressioni per una nuova proroga dei termini fin qui concordati con l’Antitrust comunitario, che dopo il Dpcm di ottobre 2020 prevederebbero una decisione entro fine anno e l’uscita del Tesoro da Rocca Salimbeni al massimo entro aprile dell’anno prossimo, quando si approvano i conti del 2021. Lo stesso calendario permetterebbe di utilizzare il bonus fiscale sulle Dta (al netto, ovviamente, di una proroga anche lì). Ma «non è il momento di svendere un’importante realtà bancaria come il Monte dei Paschi», ha voluto mettere a verbale la presidente della bicamerale, la pentastellata Carla Ruocco.

Ma più delle resistenze politiche sembrano pesare ancora quelle del mercato, a partire da Unicredit che continuerebbe a essere la prima scelta del Mef. Al punto che ieri, indirettamente, è intervenuto anche il segretario generale della Fabi, Lando Sileoni, sostenendo che per la banca guidata da Andrea Orcel «la semplice riorganizzazione interna» non basta per il rilancio perché servono «nuove aggregazioni».

Intanto, sempre in fatto di crisi bancarie, ieri è tornata a Piazza Affari dopo due anni e mezzo Carige, con un prezzo di 0,6318 euro per azione. Questo il valore di chiusura registrato ieri dal titolo dopo una seduta passata senza definire un valore alle 755 miliardi di azioni del capitale della banca genovese controllata dal Fondo interbancario di tutela dei depositi. Rispetto all’ultimo prezzo di Borsa segnato a dicembre 2018 (0,0015 euro) corretto per il raggruppamento dei titoli avvenuto nei mesi scorsi (1 ogni 1000), la variazione è di -57,88%. La capitalizzazione di Borsa tuttavia passa dagli 83 milioni circa di allora agli attuali 477,2 milioni. I titoli scambiati nella prima seduta sono circa 360mila. Il flottante è molto ridotto (11% circa) stante l’80% detenuto da Fitd e l’8,6% di Cassa Centrale Banca. Entrambi gli azionisti puntano a trovare un partner con cui aggregare Carige: il futuro stand-alone richiederebbe già nel 2022 un aumento di 400 milioni.

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