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Mps, Siena si divide sul limite di voto

L’ultimo atto della Fondazione Mps, prima del cambio della governance (previsto entro il 4 agosto), sta agitando il dibattito politico a Siena. Lunedì l’Ente presieduto da Gabriello Mancini deciderà se votare a favore della cancellazione del limite di voto al 4% per gli azionisti “privati” del Montepaschi (un vincolo statutario da cui è esclusa la Fondazione), chiesto dal cda della banca e oggetto dell’assemblea straordinaria del 18 luglio.
La questione è molto sentita in ambito locale, dove c’è chi teme di perdere ogni forza negoziale nell’inevitabile, futuro riassetto azionario del gruppo. Il sindaco neo-eletto, Bruno Valentini (Pd), ha chiarito che «il vincolo del 4% non deve essere un tabù», ma ha anche bollato come «delegittimata» a prendere decisioni così importanti l’attuale Fondazione in scadenza di mandato e ha chiesto più tempo per cambiare le regole del gioco. Un rinvio non sembra però tecnicamente possibile e il nodo del cambio di statuto che di fatto renderà (almeno sulla carta) contendibile la banca sarà sciolto nel giro di qualche giorno.
Il punto è che non ci sono grandi alternative: quel tetto al diritto di voto nei confronti di tutti i soci escluso quello più importante, un vincolo anacronistico fin qui tollerato (come in altri casi) in nome della tradizione, deve essere rimosso perché lo chiedono Bankitalia e la Commissione europea, e perché il Governo italiano s’è impegnato in tal senso proprio per ottenere il via libera alla sottoscrizione di oltre 4 miliardi di Monti bond, emessi da Mps per adeguare i parametri patrimoniali. Bruxelles ha ricevuto il piano di ristrutturazione del gruppo senese, che prevede un aumento di capitale da un miliardo affidato in delega al cda, e ora aspetta le modifiche richieste (sembra siano diverse) e la cancellazione di quell’articolo dello statuto che discrimina gli azionisti e rende difficile l’arrivo di nuovi soci.
Ci sono almeno altre due considerazioni da fare: la prima è che, già oggi, con 4,071 miliardi da restituire allo Stato e un tasso d’interesse annuo da pagare del 9% (che nel tempo salirà fino al 15%), la banca è obbligata a camminare lungo un percorso molto stretto, che non ammette grandi alternative e attribuisce a Profumo e Viola quasi il ruolo di commissari; il secondo punto è che banca e Fondazione hanno lo stesso interesse: quello cioè di rendere il più appetibile possibile l’investimento in Montepaschi. Su questo fronte, la banca gioca le sue ultime carte per mantenere l’indipendenza e evitare la nazionalizzazione. La Fondazione, che ha bisogno di fare cassa per almeno 350 milioni, mette in gioco la sua stessa sopravvivenza.
L’Ente di Palazzo Sansedoni deve vendere azioni per chiudere l’indebitamento ancora aperto: più vale il Monte, meno titoli dovrà cedere. Ma, soprattutto, senza vincoli di voto avrà maggiori possibilità di trovare investitori interessati, esattamente come per l’aumento di capitale della banca. Una cosa è certa: tra quote da mettere sul mercato (circa 10-15%) e l’inevitabile diluizione per la mancata partecipazione all’aumento di capitale della banca (senza diritto d’opzione), il peso della Fondazione nel capitale di Banca Mps scenderà ragionevolmente sotto il 10% dall’attuale 33,5% (in questo momento tutto a garanzia del debito). Nella migliore delle ipotesi.
Che una simile prospettiva susciti malumori a Siena è normale. Così come è normale che della questione si occupi il consiglio comunale, dove venerdì sono attese almeno quattro mozioni presentate dalle diverse forze politiche. Ma ormai i buoi sono scappati. Se queste cose fossero state dibattute nel 2007-2008, quando la Fondazione dette il via libera all’acquisto di Antonveneta da parte del Monte, mettendo mano al portafoglio per 4,5 miliardi (tra aumenti di capitale e sottoscrizione del prestito fresh), le istituzioni, l’Ente e l’intero territorio locale oggi vivrebbero tempi decisamente migliori. Il tabù del 51% da mantenere a tutti i costi è stata la pietra al collo della Fondazione. E adesso il vincolo del 4% al diritto di voto nello statuto della banca rischia di essere un nuovo laccio, ancora più pericoloso perché in una fase di grande delicatezza finanziaria per Palazzo Sansedoni e Rocca Salimbeni.
«Ascolteremo tutte le posizioni, ma agiremo solo nell’interesse di Siena», ha dichiarato Mancini, sottolineando l’autonomia della Fondazione dai partiti, garantita dal nuovo statuto fresco di approvazione. I prossimi giorni diranno se è vero.

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