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Mps Siena a rischio aumento. Ma di «tossico» c’è poco

di Stefano Righi

Tutto è opinabile, anche in contabilità. Ma le ultime recenti evoluzioni della regolamentazione bancaria lasciano perlomeno perplessi. I subprime, i prodotti derivati che sono la base tarlata di questa crisi finanziaria, vengono oggi considerati dalle autorità bancarie di vigilanza meno pericolosi dei Buoni del Tesoro Poliennali (Btp) emessi dal governo italiano. Il rischio-paese, insomma, è tale per cui chi ha investito i propri denari in titoli dello Stato italiano ed ora è tenuto ad esporli in bilancio è considerato meno solido di chi invece evidenza la carta straccia di molti contratti derivati. È un controsenso, ma è così. Le norme emanate dall'Eba (European Banking Authority, l'Autorità bancaria europea), che prospettano aumenti di capitale miliardari a tutte le big italiane del credito sono infatti state superficialmente avvallate dal governo di Roma, nonostante l'opposizione preventiva di Banca d'Italia e Banca di Spagna e adesso rischiano di mettere in ginocchio il sistema. Una prospettiva pesantissima.
L'osservabilità
Sulla base dei bilanci 2010, infatti, c'è chi rischia molto di più delle banche italiane, sono i possessori dei titoli tossici, quelli che tecnicamente sono raggruppati nel «livello 3» della classificazione internazionale, ovvero che, secondo la definizione, «non hanno un prezzo 'osservabilè, per cui il management deve stimarne il valore attraverso metodi in cui almeno una assunzione di valore non sia pienamente definita». L'osservabilità di un prezzo, la sua piena definizione e riconducibilità a elementi certi, è un principio che dovrebbe essere inderogabile, invece non è così. Al punto che valori formati con elementi non certi, vengo considerati meno rischiosi dei titoli emessi dallo Stato italiano.
Ovvio che, alle recenti aste dei titoli della Repubblica italiana, ci sia stato, nonostante lo sprint derivante dai rendimenti in crescita, un certo calo nella domanda. Parallelamente banche come Deutsche Bank, Bnp Paribas, Ing, Royal Bank of Scotland (22%), Commerzbank, raggiungono livelli di esposizione su strumenti finanziari di «livello 3» ben lontani dalla media delle prime tre banche italiane, ancorata sotto l'11 per cento (vedi tabella in pagina, nda).
Rischi potenziali
Tutto questo non è indifferente per la sorte degli istituti italiani. L'Eba ha infatti recentemente suggerito nuovi e portentosi aumenti di capitale. Ma viene legittimo chiedersi quanto queste operazioni siano legittimati dai rischi contenuti nei bilanci.
Deutsche Bank, uno dei colossi mondiali del credito, espressione della vera locomotiva d'Europa tocca picchi elevati di esposizione al rischio connesso ai titoli di «livello 3», che addirittura sfiorano il totale del capitale, arrivando al 96 per cento. E che dire delle banche francesi e olandesi, senza dimenticare la pesantissima Dexia?
Evidentemente il mood sta penalizzando le banche italiane, ma la penalizzazione è forse eccessiva. Gli istituti di credito italiani cercano così di imbastire una strategia difensiva — dato che tutto è opinabile — e sperano di trovare conforto dai numeri delle trimestrali che si apprestano a presentare. Il Monte dei Paschi di Siena giovedì prossimo presenterà i conti al 30 settembre, in contemporanea con la Banca Popolare di Milano, che si trova nel mezzo dell'aumento di capitale da 800 milioni. Lunedì 14 toccherà a Unicredit (unico istituto italiano di importanza sistemica) e a Ubi, domani a Intesa Sanpaolo, venerdì 11 al Banco Popolare. Il quadro per tutte non è confortante, ma ricco di incertezze. Soprattutto per Siena.
I dubbi in Campo
La banca più antica al mondo ha infatti messo alle spalle aumenti di capitale per 7,1 miliardi di euro in tre anni (maggio 2008-maggio 2011) e nello stesso periodo ha realizzato una serie di opere di razionalizzazione del proprio universo che non trovano eguali in Italia e hanno pochi esempi paragonabili anche al di fuori dei confini nazionali: ha dismesso più di 100 filiali, accorciato la catena di comando eliminando 193 poltrone fino ad allora riservate agli amministratori, ceduto il 50 per cento della compagnia Montepaschi Vita, il 2,93 per cento del capitale del London Stock Exchange, il 13 per cento di Finsoe, il 49 per cento di Banca Monte Parma, il 67 per cento della Sgr Mps am, la totalità di Quadrifoglio assicurazioni, con qualche tenuta e un insieme di palazzi per un controvalore di circa 1,5 miliardi di euro. Una potentissima cura dimagrante.
Dopo tutto questo, al 31 dicembre scorso, il Monte dei Paschi di Siena, sotto la guida di Antonio Vigni, aveva un'esposizione sui titoli di «level 3» pari al 4 per cento del patrimonio, eppure secondo l'Eba, non basta ancora. Difficile pensare ad altre efficaci azioni di razionalizzazione dopo quanto è stato fatto. Dismessi la razionalità e i principi di contabilità, resta la politica e la contrattazione individuale, al netto di una guerra tra stati combattuta con altri mezzi. Un nuovo aumento per il Monte dei Paschi di Siena, le cui azioni oggi quotano attorno a 30 centesimi di euro, potrebbe segnare la discesa della Fondazione sotto il livello del 50 per cento del capitale. Infatti, per sostenere l'ultimo aumento senza scendere al di sotto della maggioranza assoluta, l'ente presieduto da Gabriello Mancini ha dovuto fare ricorso, per una cifra stimata attorno ai 500 milioni di euro, al prestito bancario, rivolgendosi a Intesa Sanpaolo e Unicredit. Ripeterà l'esperienza? Di certo il nuovo aumento potrebbe rappresentare il segnale della discontinuità, anche per il Monte. A Siena tutti si augurano che non ce ne sia bisogno.
Anche perché gli 1,9 miliardi di euro di Tremonti bond emessi già costano circa 160 milioni di interessi annui. Scadranno fra venti mesi e se non saranno rimborsati apriranno al governo italiano le porte del capitale del Monte.

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