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Mps, segreti e bugie del prestito Fresh. E Bankitalia si fa beffare dai senesi

SIENA — L’inchiesta Mps-Antonveneta è centrata sul bond Fresh. Cinque dei sei capi d’imputazione — truffa, manipolazione, ostacolo alla vigilanza, falso in prospetto, false comunicazioni, illecito amministrativo — derivano dalla scorretta e omissiva gestione del prestito convertibile in azioni che Siena ideò nel 2008 per trovare il miliardo che le mancava a finanziare l’acquisizione dell’istituto padovano. Ma le bugie sul Fresh sono anche la ragione che tiene Bankitalia e Consob fuori dall’indagine, malgrado certi aspetti dell’attività di vigilanza siano definiti «controversi », da alcuni imputati e da altri addetti ai lavori.
L’accusa dei pm è che quel bond, che la banca spacciò come capitale, «in realtà doveva essere considerato strumento non innovativo » e pertanto non poteva concorrere al patrimonio Core tier 1. E i banchieri senesi truffarono e ostacolarono la vigilanza comunicando «dati materiali non rispondenti al vero» sull’emissione. Ma le irregolarità di Mussari, Vigni & C sul Fresh non vanno disgiunte da un cambio di orientamento di Via Nazionale che, dopo una prima informale approvazione in base a cui fu lanciata l’operazione, a maggio 2008 chiese al Monte di renderne più aleatori i termini di remunerazione; revisione complessa, perché portava a rinegoziare con gli obbligazionisti condizioni peggiorative per loro. Viene l’estate e il cantiere dell’acquisizione (compreso l’aumento di capitale da 6 miliardi) non deve fermarsi: tutto il sistema — anche il governo Berlusconi — spinge Antonveneta verso Siena. Ma gli obbligazionisti ancora nicchiano. Così il primo ottobre 2008 Mps concede un addendo contrattuale, firmato dal Cfo Pirondini, «in base al quale avrebbe corrisposto a Jp Morgan il canone di usufrutto eventualmente non erogato per effetto delle modifiche richieste da Banca d’Italia con lettera del 23 settembre 2008». Un raggiro bello e buono alla vigilanza. Solo che quei 250 milioni pagati in quattro anni dai senesi a Jp Morgan (banca agente e mero tramite, che poi li girava agli obbligazionisti, tra cui fondazione Mps per 490 milioni) erano regolarmente previsti già dal contratto originario, noto alla vigilanza dal maggio 2008. Anzi Bankitalia, il cui scetticismo sul Fresh era crescente, chiese a Mps nell’autunno 2008 formali rassicurazioni che nessuna cedola fosse stata pagata agli obbligazionisti. Mussari, Vigni e Pirondini risposero di no, mentendo: come da contratto del bond, le cedole a valere sull’utile 2007 di Mps erano già state pagate a luglio e ottobre, benché solo nel marzo 2009 l’assemblea dei soci Fresh approvò le modifiche. Nel frattempo i bilanci Mps tacevano quei pagamenti, con l’artificio del “sospeso di cassa”. Come fu possibile che Bankitalia ignorasse quel contratto, e il fatto che senza pagare le cedole sarebbe scattato il default Mps? Ora i pm hanno buon gioco nel vedere le authority ingannate e chiedere il processo per i reati commessi pasticciando sul Fresh.
In attesa di capirne di più e difendersi, ieri diversi avvocati dagli 11 pre-imputati erano a Siena, ma non hanno potuto ritirare le 20 mila pagine depositate. La motivazione dice tanto di Siena, e del paese: servivano 10mila euro in marche da bollo a testa per ritirare gli atti dalla Cancelleria, che chiudeva alle 17. E neanche setacciando tutte le tabaccherie cittadine i legali sono riusciti a trovare abbastanza marche, e le richieste di ritiro atti sono rimaste inevase.

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