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«Mps saprà ricompensare lo Stato»

«Siamo stati il banco di prova di norme che finora non erano mai state applicate: per tutti c’è stato molto da imparare. E non mi stupisce che ora, a valle della nostra esperienza e forse anche grazie alla nostra esperienza, ci si renda conto che alcune regole vadano migliorate». Alessandro Falciai, presidente di Mps, reagisce così con Il Sole alle aperture di lunedì dell’Eurogruppo sulla revisione del bail in e all’atteso piano sugli Npl varato ieri dall’Ecofin: ci avessero pensato prima la strada per il Monte sarebbe stata più agevole, ma per Falciai «non ha senso ragionare con il senno di poi. Qualcuno ci doveva passare per quelle forche caudine, ed è toccato a noi. È stata una tempesta perfetta, ma ne siamo usciti vivi. La banca c’è, lavora, e anche stavolta credo saprà ricompensare lo Stato del suo investimento». Troppo ottimismo, a una settimana dal via libera della Commissione europea all’intervento dello Stato? «Non credo», dice Falciai: «Stamattina (ieri mattina, ndr) la nostra controllata Widiba ha dimostrato come la nostra banca sappia offrire servizi con alti contenuti di innovazione: è un primato assoluto, è la prova che nonostante tutto questo gruppo non ha mai smesso di pensare al futuro».
Parliamo di regole: alla luce della vostra esperienza, la Brrd, la direttiva che ha introdotto il bail in, è da modificare?
È un problema politico. Per quel che mi riguarda, noi abbiamo toccato con mano come alcune dinamiche regolatorie e di vigilanza italiane ed europee fatichino a scaricare a terra la loro potenza. A più riprese abbiamo avuto la sensazione che anche i regolatori facessero fatica ad applicarle.
È?ver o che l’Italia conta poco sia a Bruxelles che a Francoforte?
Non abbiamo avuto questa impressione perché non c’erano altre operazioni simili in corso. La nostra era una partita molto complicata di per sè, in più abbiamo dovuto vincere un certo scetticismo di partenza perché la banca era già stata al centro, nel 2014, di un piano di ristrutturazione non andato in porto.
L’Europa ora sembra più possibilista anche in tema di Npl, di bad bank e di un possibile coinvolgimento di risorse pubbliche. Che ne pensa?
Credo che ci sia maggiore disponibilità ad affrontare il tema perché alcune situazioni, tra cui la nostra, sono state risolte. L’Italia fa bene a porre la questione in tutte le sedi perché è un tema di valenza strategica, determinante per mantenere in Italia un valore che diversamente rischia di essere sperperato.
Come definirebbe questo ultimo anno?
Una settimana fa, in conferenza stampa al Mef, l’ho definito l’annus horribilis. Ora a qualche giorno di distanza, ne riconosco soprattutto la straordinaria complessità: abbiamo dovuto applicare regole nuove, con authority diverse e per certi aspetti non allineate, e al tempo stesso negoziare un piano di turn-around con una maxi cessione di Npl, il burden sharing e il ristoro di una parte degli obbligazionisti. Credo non sia mai capitato a nessuna banca al mondo di passare per una prova del genere, e noi ce l’abbiamo fatta grazie a una squadra straordinaria, dal management alla rete, fino al consiglio.
A luglio entrerà lo Stato, che con il ristoro agli obbligazionisti si avvicinerà al 70%: vi dimetterete?
Da subito ho detto che il mio mandato è nelle mani della futura proprietà, e credo che anche il resto del board sia pronto ad agire in questa linea: è giusto che chi controlla possa mettere persone di sua fiducia. In autunno, quando sarà definito il nuovo assetto proprietario, si potrà definire anche la nuova governance.
Qual è stato in questi mesi il clima in consiglio?
Domani ci riuniremo per la 55esima volta dal primo gennaio 2016: un consiglio ogni dieci giorni, di durata media di sei ore, con una presenza media al 98%, e decisioni prese tutte all’unanimità nonostante l’elevato grado responsabilità che comportassero: non dico altro.
Con la Commissione avete definito una serie di condizioni, tra cui il tetto salariale ai manager. Sarà un problema?
Il negoziato è stato duro, noi abbiamo tenuto il punto su tutto ciò che era necessario per salvaguardare integrità e funzionalità della banca, come sul tema dei licenziamenti che abbiamo contestato. Il salary cap è rimasto, sono comprensibili le motivazioni che lo hanno determinato ma non tiene conto del fatto che a questo management, di comprovata eccellenza, verrà chiesto di portare avanti un piano molto sfidante: la nostra squadra potrà essere sottoposta a lusinghe, vedo il rischio di non poterla mantenere e la difficoltà di reclutare sostituti all’altezza.
Non si poteva fare più in fretta?
Penso di no, volevamo chiudere entro la semestrale e siamo riusciti.
Quale è il suo bilancio da azionista?
Sicuramente non è una storia di soddisfazione, ma a mio avviso il settore dovrà essere seguito con interesse: il sistema ha mostrato di saper superare crisi importanti, anzi di fare da ammortizzatore rispetto all’economia reale: è lecito immaginare che possa dare ritorni interessanti non appena cambierà il contesto.
Reinvestirebbe in Mps?
Sicuramente non è stato il mio migliore investimento, anche se fortunatamente ho ridotto l’impatto economico. Ma ma dal punto di vista umano e professionale lo rifarei senz’altro: la banca è una grande proxy dell’economia, in più in una banca come il Monte che ti fa sentire il peso dei suoi 500 anni è stata un’esperienza entusiasmante anche tra le mille difficoltà.

Marco Ferrando

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