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Mps Salire sul Monte ora è meno costoso E parte l’assedio

Forse una fase così drammatica come quella della settimana appena trascorsa il Montepaschi l’ha vissuta tre anni fa quando vennero alla luce i 700 milioni di perdite sulle operazioni Alexandria e Santorini. A fare il paragone è stato lo stesso amministratore delegato Fabrizio Viola mercoledì 20 dicendo che l’entità dei clienti che hanno spostato il conto «è contenuta e comunque inferiore a quella riscontrata nella precedente crisi che la banca ha vissuto nel febbraio 2013». Già solo quello, un riferimento da far tremare i polsi ai più deboli di cuore tra gli investitori e i clienti. Lunedì 18 il primo crollo: -14,7%. Martedì un altro -14%. Mercoledì l’allarme rosso: -22%. L’indomani il rimbalzo, di dimensioni inedite per Siena: +43%. Oggi la banca vale appena 2,2 miliardi, con un calo del 37% in un mese.
Patrimonio
L’altalena in Borsa ha più spiegazioni: da un lato i calcoli (e le scommesse di alcuni hedge fund americani, secondo indiscrezioni di mercato) sulle eventuali perdite dalle svalutazioni dei crediti in sofferenza in caso di bad bank, tali da azzerare i 10 miliardi di patrimonio dell’istituto, nonché i timori di una stretta da parte della Bce sui crediti deteriorati; dall’altro la rete di protezione tesa dal governo Renzi e poi direttamente dal presidente della Bce, Mario Draghi, che ha negato una volontà della Vigilanza Unica di richiedere più capitale.
L’impatto di voci e notizie contrastanti è stato enorme sul titolo, estremamente volatile, tanto che la Consob sta verificando eventuali abusi di mercato tra chi – dall’Italia e dall’estero – ha operato sul titolo. Il mercato ha avuto la conferma che Mps è la banca più esposta del sistema, anche se la sola idea che possa essere oggetto di un bail-in è totalmente da escludere.
Recuperi
Lo ha fatto sapere l’autorità unica di risoluzione, e il mercato l’ha scartata da sé: il valore dei bond subordinati tra giovedì e venerdì ha recuperato quasi tutte le perdite che aveva subìto nei giorni più caldi. Lo ha ribadito il presidente della banca, Massimo Tononi: «Il Monte dei Paschi di oggi è lo stesso di sei mesi fa, anzi si è irrobustito: il crollo di queste ultime settimane è assolutamente inspiegabile». Il capitale al 30 settembre era pari al 12%, ben oltre il livello richiesto dalla Bce di 10,2% per il 2016 e di 10,75% per l’anno successivo.
Nel mirino
Piuttosto, l’andamento di Mps conferma che Siena è la banca che maggiormente potrebbe beneficiare di un’aggregazione. La Bce la richiede da mesi. Il board senese ha incaricato Citi e Ubs di trovare un partner, italiano o estero. Le condizioni sembrano ora essere più favorevoli, per due motivi: il prezzo stracciato di Mps e l’imminente ok della Ue alla «bad bank leggera» che potrebbe liberare Siena da buona parte dei 23 miliardi di sofferenze lorde.
Per rassicurare il mercato che dal punto di vista operativo la banca è redditizia, Viola ha deciso di anticipare a giovedì 28 gennaio il consiglio sul pre-consuntivo 2015. I dati completi saranno poi pubblicati il 5 febbraio e con essi il mercato si aspetta che Mps illustri l’accelerazione promessa sulla cessione dei non performing loans .
L’impegno preso con la Commissione europea è di liberarsi di 5,5 miliardi di euro di sofferenze. Due sono stati già ceduti e venerdì è stata annunciata la cartolarizzazione di 1,6 miliardi di crediti nel leasing. Sulle restanti 3,5 miliardi potrebbero esserci novità a breve.
Ciò che può far svoltare Siena è comunque la bad bank . Un report di Credit Suisse venerdì elaborava gli scenari di una cessione delle sofferenze: essendo quelle di Mps coperte al 64% (uno dei livelli più alti del mercato) e ipotizzando una svalutazione del 75% per il passaggio alla bad bank, la perdita addizionale per Siena sarebbe attorno ai 2,8 miliardi di euro, cun un impatto di circa 104 punti base sul patrimonio. In ogni caso Credit Suisse considera «la realizzazione di una bad bank come qualcosa di positivo per il processo di consolidamento del settore, dal momento che permetterà alle banche che si fondono di ripulire i bilanci, aumentare le dotazioni di capitale (se necessario) e finalmente diventare delle entità più grandi, solide e profittevoli».
Occasioni
Ma chi potrebbe a questo punto puntare su Siena? Essendosi tirate fuori le due big italiane Intesa Sanpaolo e Unicredit – lo hanno ribadito i capiazienda nei giorni scorsi – resta in Italia l’ipotesi Ubi Banca. Per l’istituto guidato da Victor Massiah l’aggregazione con Siena sarebbe una mossa «transformational» (come la definiscono nelle banche d’affari), perché conquisterebbe in un colpo solo ben 5 milioni di clienti. E sarebbe un’alternativa alla Bpm, se questa concretizzasse la fusione con il Banco Popolare. Tra i soggetti esteri, si parla di nuovo di Bnl-Bnp Paribas e di Santander. Di Mps, il più grande sponsor di Mps è oggi Renzi: «È risanata, un bel brand, è un bell‘affare».
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