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Mps rimborsa gli ultimi Monti bond

Come promesso, Monte dei Paschi si libera del fardello statale rimborsando il residuo miliardo di Monti bond. La banca chiude i conti con il Tesoro, anche se ci sarà una piccola coda il 1° luglio, quando pagherà in azioni (il 4%) il Mef per le cedole 2014 del convertibile.
Chiusa venerdì la ricapitalizzazione da 3 miliardi, «e in base ad accordi con il Ministero dell’Economia – ripora una nota – Mps ha provveduto al rimborso integrale di nominali euro 1,071 miliardi di Nuovi strumenti finanziari. Con tale rimborso, che segue quello per nominali euro 3 miliardi effettuato il 1° luglio 2014, Mps ha completato la restituzione degli aiuti di Stato, in largo anticipo rispetto alla scadenza del 2017 prevista». Il Tesoro, che ha fatto un ottimo affare con i Monti bond a Siena, ha incassato peraltro 1,116 miliardi, 45 milioni in più, come da accordi.
Ora Siena pensa a sostituire il presidente Alessandro Profumo. «Le mie dimissioni arriveranno a breve», ha detto ieri l’ex banchiere di Unicredit. L’occasione dovrebbe essere il cda della semestrale, il 6 agosto. Favorito a succedergli sembra Pietro Modiano, gradito alla Fondazione Mps e che – come presidente della Carlo Tassara – ha completato la ristrutturazione della holding di Romain Zaleski, che in sei anni ha perso 2,4 miliardi, ma nel 2014 è tornata all’utile per 93 milioni. Molto dipenderà anche dall’eventuale allargamento del patto Mps al socio Falciai o ad altri entrati con il nuovo aumento. Sulle aggregazioni (la Bce ha chiesto a Mps di formalizzare un percorso di fusione entro il 26 luglio) Profumo ha aggiunto: «Vedremo quando si presenteranno». Segno che finora un progetto non c’è. Del resto i tempi del risiko bancario italiano, intorno a Mps e alle popolari, non paiono rapidi. Con la pubblicazione delle disposizioni di Bankitalia sono scattati i 18 mesi che le 10 popolari con attivi superiori a 8 miliardi hanno per trasformarsi in società per azioni: e secondo tutti gli osservatori le aggregazioni tra loro saranno contestuali. «Il lato industriale è il più complesso ma anche il più facile, essendo il nostro lavoro ha detto ieri Giuseppe Castagna, ad della Popolare di Milano – . C’è poi il tema della governance, e poi la Bce che è un incognita, visto che la regolamentazione attuale non basta. Questi tre elementi disegneranno il destino di questa bellissima opportunità che è questa riforma ».
Quel che Castagna chiama “governance” significa, prosaicamente, poltrone. Nessuno, a parole, tra i banchieri delle popolari è disposto ad assoggettarsi ai colleghi. E un’altra incognita sarà il ruolo di Francoforte, dove da mesi si sta alzando l’asticella delle richieste regolamentari, anche per provocare quella concentrazione tra istituti che Mario Draghi ritiene salutare per il settore e per il credito all’economia. Una delle recenti criticità riguarda i “modelli interni” di calcolo del patrimonio, che vedono sotto torchio gli istituti tedeschi e francesi. In Italia sono usati da Unicredit (con un rapporto tra Rwa e totale attivo, sui dati al 31 marzo, del 47%), Ubi (51%) Intesa Sanpaolo (41%), Mps (41%), Banco popolare (39%). La minore densità patrimoniale dei veronesi è legata alle loro serie storiche, ferme al 2011: ma una revisione con la Bce è in corso, e secondo fonti attendibili, dovrebbe portare la densità verso il 45%, con un impatto sul patrimonio Cet1, oggi all’11,8%, di circa 60-70 punti base.
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