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Mps, Profumo spiazza la Fondazione

Alessandro Profumo e Fabrizio Viola hanno rotto gli indugi: nonostante le pressioni della Fondazione Mps, primo azionista con il 33,4% perché l’aumento di capitale della banca venisse spostato a giugno, ieri i vertici dell’istituto senese hanno convocato per questa mattina alle 9 un consiglio d’amministrazione straordinario con all’ordine del giorno la ricapitalizzazione, che dovrebbe essere di 3 miliardi di euro. I capitali freschi serviranno a rimborsare entro il 2014 un pari ammontare di Monti bond, sui 4,07 miliardi.
Il titolo ne ha immediatamente risentito crollando del 7,5% dopo varie sospensioni per eccesso di ribasso: alla fine ha chiuso a 0,1956 euro. I timori sono di uno sconto sul prezzo (il cosiddetto «terp») di circa il 40%, che inevitabilmente finirà per deprezzare le azioni così da invogliare i sottoscrittori. Su queste basi Equita Sim ha calcolato che il prezzo di emissione sarebbe di circa 5 centesimi. Sarà un aumento con due elementi caratteristici: è superiore all’attuale capitalizzazione di Mps di 2,5 miliardi; non avrà di fatto impegni degli attuali azionisti, se si esclude Axa, che ha già detto che coprirà il suo 2,5%. Il grande dubbio è legato alle mosse delle Fondazione Mps, primo azionista della banca. Non è un mistero che la presidente dell’ente di Palazzo Sansedoni, Antonella Mansi, avesse chiesto più tempo per portare avanti la ricerca di un partner cui vendere buona parte del pacchetto Mps per poter rimborsare i 350 milioni di debiti residui. Nei giorni scorsi lo scontro con il presidente di Mps, Profumo, è diventato pubblico: «Banca Mps si muove sulla base di ciò che dice il codice civile», aveva detto il banchiere, «faremo tutte le valutazioni nell’interesse di Mps e del 100% degli azionisti». E Mansi aveva replicato che il suo dovere era innanzitutto «la messa in sicurezza e la tutela del patrimonio» della Fondazione.
È chiaro che la mossa di Mps spiazza la Fondazione, che vede ristretto l’orizzonte temporale nel quale potersi muovere: Un conto è cercare un partner bancario in sei mesi — l’altra finestra per l’aumento è giugno 2014 — un altro è avere davanti poco più di un mese prima dell‘inevitabile diluizione, visto che l’ente non ha soldi per sottoscrivere l’aumento e dovrà cercare di recuperare il più possibile dalla vendita dei diritti di opzione. La ricerca di una soluzione, insieme con l’advisor Lazard, è in corso, anche se a Siena non si nascondono che la situazione ora è davvero complessa. Peraltro se il titolo scende sotto quota 0,12 euro, le banche creditrici — Credit Suisse, Mediobanca e un pool di istituti guidato da Jp Morgan — possono escutere il pegno. Di fatto la fondazione rischia di perdere tutto. Per questo il «no» in assemblea non è ancora escluso, anche se le conseguenze sarebbero imprevedibili.
In ogni caso l’aumento dovrebbe andare in porto: le banche hanno costituito un consorzio di garanzia per l’intero ammontare. Coinvolte nel dossier sono Ubs, che è advisor e anche global coordinator insieme con Goldman Sachs, Citi e Mediobanca, mentre Merrill Lynch, Barclays, SocGen, Commerzbank, Morgan Stanley opereranno come book runner. Dovrebbe essere così evitato il rischio della nazionalizzazione: autorizzando i Monti bond, il commissario Ue alla Concorrenza, Joaquin Almunia, ha precisato che se l’aumento non dovesse avere successo i Monti bond saranno convertiti in azioni, con l’ingresso massiccio del Tesoro nel capitale. Oggi dovrebbe essere convocata l’assemblea, sembra per i giorni 27-28 dicembre, così da poter partire con le sottoscrizioni subito dopo le feste, a gennaio. Tecnicamente manca l’ultimo via libera, quello della Ue al piano di ristrutturazione, che è atteso per domani.

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