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Mps, Profumo e Viola alla Bce per superare i dubbi sull’aumento

«L’aumento di Mps è un sesto grado: e il manager deve scalare con la Bce contraria, Bankitalia fuori gioco, il mercato scettico, il cda in scadenza, e Renzi che si guarda bene dal salvare la banca del Pd». Così un esperto banchiere vede la situazione alla vigilia dell’incontro cruciale di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola con Daniéle Nouy, presidente della vigilanza bancaria. Altri protagonisti della finanza italiana condividono in parte o in toto il giudizio, per questo l’incontro di oggi a Francoforte, e il cda di domani a Siena per informare i consiglieri, hanno una delicata importanza.

Entro fine gennaio, come da richiesta Bce del 9 dicembre, il management Mps deve redigere il piano per colmare il deficit da 2,11 miliardi emerso nei test Bce tre mesi fa, e che si impernia su una ricapitalizzazione da 2,5 miliardi (quarta in quattro anni e superiore al valore della banca in Borsa). Ma l’effetto perverso dei test sugli attivi (Aqr) e quelli di stress, i cui parametri la Bce chiede di applicare a tutto il libro crediti senese (120 miliardi), potrebbero ampliare le perdite del bilancio 2014. Nei primi nove mesi il rosso fu 1 miliardo, e spesare tutto l’esito dei test di vigilanza potrebbe più che triplicare il saldo, con l’effetto di consumare più capitale del previsto e ingrandirne il fabbisogno. Una prima avvisaglia l’ha data la stessa Bce con la capital guidance fornita a Siena un mese fa: il 14,3% di Cet1, superiore di circa 1,2 miliardi al 12,8% attuale. Il 14,3% è un obiettivo che nessuna banca in Italia ha, e si spiega con la particolare vulnerabilità legata al libro crediti, al portafoglio Btp e al modello di business di Mps. Viola e Profumo contano di limare quell’obiettivo, perché i forti accantonamenti in cantiere riducono anche gli attivi ponderati (Rwa). Solo a febbraio, quando l’aspra dialettica tra Siena e l’Eurotower sarà chiusa, si capirà l’entità del problema, e delle soluzioni. Ma nel consorzio che garantisce l’aumento, guidato da Ubs e Citi, cresce lo scetticismo: «Nei disegni della Banca d’Italia Mps doveva prima risolvere i problemi patrimoniali e poi cercare un’operazione di fusione – spiega un banchiere – ma qualche volta diventa più opportuno invertire i fattori: prima un’integrazione, poi l’aumento ». Sia come sia il “mercato”, che sei mesi fa investì 5 miliardi su Mps e li ha persi, oggi scansa l’azione, caduta del 19% l’ultimo mese. Gli investitori istituzionali Blackrock e York hanno venduto, i tre pattisti Fondazione Mps, Btg e Fintech si leccano le ferite. E una schiera di fondi opportunisti affila le armi in vista degli eventi, malgrado perduri il divieto di vendite allo scoperto.
In questa situazione la mossa più logica sarebbe chiamare la conversione del prestito Monti bond da un miliardo, che ai prezzi d’oggi darebbe al Tesoro circa metà delle azioni Mps. Ma siamo in Italia. E sulla banca del “vecchio” Pd, Matteo Renzi non vuole prestare il fianco a critiche politiche. Tuttavia Palazzo Chigi da settimane studia il dossier e le possibili ricadute occupazionali e sulla stabilità di un sistema provato da sette anni di crisi. Nell’incertezza è difficile trovare un partner per la fusione con Mps. Ma dietro le quinte si preparano, discrete, Ubi banca e Bnp Paribas. La popolare lombarda potrebbe rilevare la rete Antonveneta, i francesi forse anche il boccone intero. E in caso di soluzione spezzatino ai fondi specializzati o alla futura bad bank andrebbe qualche credito in mora, per lasciare a Siena il nucleo toscano del Monte.
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