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Mps, piano in cda ma Bce prende tempo

La parola d’ordine, ora, è “fare presto”. Perché entro venerdì – giorno in cui l’Eba annuncerà gli esiti degli stress test europei – Mps intende alzare il velo sul piano di rilancio della banca: un programma che, come noto, prevede lo smaltimento di circa 27 miliardi di sofferenze lorde e una ricapitalizzazione significativa (si parla di 3-4 miliardi) che permetta alla banca di stare in piedi sulle proprie gambe.
Certo è che il tempo stringe. Tanto che le prossime 24-48 ore sono giudicate decisive per tessere la rete che dovrebbe mettere in sicurezza la banca. Ieri le linee guida del progetto, e delle diverse soluzioni in campo, sono state al centro di nuovo Cda della banca. Un’occasione, questa, che è servita al ceo Fabrizio Viola per aggiornare i consiglieri sullo stato dell’arte in vista della prossima riunione che, al più tardi, dovrebbe essere convocata per venerdì prossimo (quando verrà esaminata anche la semestrale).
Se c’è relativa serenità sul fatto che i crediti in sofferenza di Mps possano essere ceduti ad Atlante a un prezzo medio di 30 centesimi, meno chiarezza c’è sulle mosse relative al capitale. Che, necessariamente, dovrà essere rinforzato a fronte delle perdite generate dalla cessione degli Npl a prezzi più bassi di quelli a bilancio. L’urgenza della riunione di ieri, che era imprevista, era dettata soprattutto dell’esito della riunione del board dell’Ssm. Un mancato esito, sarebbe meglio dire, visto che dalla Vigilanza Bce che si è riunita per una due giorni alla fine della scorsa settimana non è arrivata alcuna indicazione sul piano neppure a livello informale. Non proprio una buona notizia, visto che in ballo c’è soprattutto la richiesta, da parte di Mps, della sterilizzazione almeno parziale degli impatti delle cessioni di Npl sulla valutazione dei crediti in bonis.
Senza questo disco verde, il fabbisogno di capitale per Siena, almeno in teoria, rischia di aumentare come minimo di un altro paio di miliardi, arrivando a 5-6 miliardi. Troppo, per il consorzio di banche d’affari che fino ad oggi hanno dimostrato una disponibilità di massima a partecipare alla ricapitalizzazione anche senza una garanzia pubblica. Conseguenza: l’aumento rischia di dover inevitabilmente prevedere il backstop pubblico. Ma se così fosse, è la richiesta di Bruxelles, si richiederebbe anche il coinvolgimento seppur parziale dei detentori di bond subordinati nelle perdite della banca, quanto meno degli investitori istituzionali.
Il nodo dei modelli interni
In questo quadro il management, il Governo, la Vigilanza e gli advisor sono al lavoro per far sì che l’operazione sia il più possibile effettuata secondo i principi di mercato, e il meno possibile con il contributo pubblico. I colloqui informali con Bce stanno andando avanti da giorni affinchè passi la linea di un congelamento anche parziale del meccanismo di revisione delle serie storiche sui cui si basano i modelli di rating interni (per dettagli si veda Il Sole 24 Ore di giovedì). Modelli che, a fronte di cessioni di Npl di rilievo, come Siena intende fare, diventano un vero e proprio boomerang per le banche che li applicano sui loro crediti. Il paradosso in caso di un maxi-cessione di Npl, è che Mps si ritroverebbe a dover accantonare molto più capitale sui prestiti in bonis, pur avendo pulito il portafoglio. Siena finirebbe per scontare “a vita” una maggior rischiosità degli attivi a rischio, mettendosi così in una posizione di ulteriore svantaggio competitivo strutturale rispetto alle altre banche.
Ecco perché è difficile che, se questo fosse lo scenario, qualche banca d’affari reputi il dossier Mps ancora attraente. Francoforte da parte sua frena a dare l’ok a modifiche nell’impianto dei modelli interni che avrebbero il sapore dell’eccezionalità. Il ragionamento, al limite, dovrebbe farsi su scala europea (come del resto sta accadendo visto il dibattito su un possibile ritorno a quelli standard). Ma i tempi non sono rapidi.
In questa apparente impasse a Francoforte, a Siena come a Roma c’è fiducia sul fatto che la soluzione per il Monte sia a portata di mano. Magari sotto forma del salvataggio pubblico. Un motivo di parziale fiducia è arrivato ieri dalla decisione dell’assemblea dell’Adepp, l’associazione delle casse di previdenza dei professionisti, di investire fondo Atlante 2. Le Casse – si veda articolo nella pagina accanto – dovrebbero mettere sul tavolo fino a 500 milioni. Risorse che si vanno ad aggiungere agli 1,7 miliardi attuali del fondo, e che, opportunamente rimpinguati dai contributi di Cdp e forse Sga, verranno utilizzati per acquistare metà della tranche equity della maxi-cartolarizzazione di Mps e parte della tranche mezzanina. Il Comitato degli investitori di Atlante, che sta lavorando all’acquisto dei crediti deteriorati di Mps, dovrebbe riunirsi venerdì, in coincidenza con il Cda del Monte e gli esiti delle prove dell’Autorità bancaria europea. Tuttavia non è escluso che già oggi possa esserci una convocazione dei rappresentanti delle banche e assicurazioni finanziatrici per un aggiornamento sullo stato dell’arte del dossier. In questo scenario, a soffrire ancora una volta è il titolo, che ieri, in attesa della scontata bocciatura agli stress test, ha chiuso in ribasso dell’8,4% a 0,285 euro, non lontano dal minimo storico di 0,265 euro del 7 luglio scorso. A questi prezzi Mps oggi vale 837 milioni di euro.

Luca Davi
Marco Ferrando

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